
C’è un pezzo di Napoli che non smette mai di raccontarsi, ed è quello dei sogni spezzati e di possibilità tutte da reinventare. È proprio da lì che il Teatro Augusteo di via Toledo decide di ripartire. Il suo palco, infatti, si prepara ad accogliere, per il prossimo 10 aprile, il ritorno di un titolo che appartiene ormai all’immaginario collettivo: “C’era una volta… Scugnizzi”. Il musical – scritto e diretto dal Maestro Claudio Mattone – torna così protagonista sul palcoscenico del teatro partenopeo, con una nuova edizione tutta da scoprire.
Sin dalla sua primissima edizione del 2002, lo spettacolo ha rappresentato un trampolino di lancio per molti suoi interpreti, da Sal Da Vinci ad Andrea Sannino, Massimiliano Gallo, Serena Rossi e tanti altri, vivendo nel tempo numerose trasformazioni. Eppure, nonostante tutto, ha saputo mantenere intatta la propria identità, senza stancarsi mai di mettere al centro le vite di ragazzi sospesi tra una condizione di forte disagio ed emarginazione sociale da un lato, e un forte desiderio di riscatto dall’altro. Un tema che «mi è caro da sempre» ha dichiarato Mattone, ricordando che da piccolo, nel suo rione natale del Vasto, giocava con «alcuni compagni che crescevano per strada, con meno alternative di me». È proprio lì, dunque, che Mattone inizia a provare il desiderio di portare sulla scena teatrale queste questioni, «che non sono neanche esclusivamente napoletani ma mondiali. Tutte le metropoli si trovano a dover fare i conti con i cosiddetti “ragazzi a rischio”. Purtroppo, sono una piaga eterna».
Queste tensioni trovano una traduzione concreta all’interno dello spettacolo nei personaggi di don Saverio De Lucia e di Raffaele Capasso, detto “’o Russo”. Dopo essere cresciuti insieme nel carcere minorile di Nisida, una volta usciti, le loro strade si dividono, ritrovandosi solo dopo vent’anni: il primo fa il prete “di strada”, dedicandosi al volontariato per il bene dei ragazzi del quartiere; l’altro, invece, è diventato un camorrista spietato, usando quegli stessi ragazzi come corrieri per i suoi loschi traffici. Tra i due scoppia uno scontro di ideali e di personalità, che si conclude con la morte di Saverio per mano di “’o Russo”, accecato dall’ira. Un gesto che segna la sconfitta definitiva del camorrista: da quel tragico evento, infatti, gli altri ragazzi decideranno di lottare contro la camorra, lanciando contro di essa un grido di protesta, disperato e liberatorio.
Ma non è tutto. La forza dello spettacolo, in fondo, risiede anche nella sua struttura musicale. Nell’ambito della messa in scena, infatti, trovano un posto d’onore alcuni brani iconici che rappresentano degli snodi drammaturgici cruciali, come Ajere, interpretati anche da artisti come Peppino Di Capri ed Edoardo De Crescenzo. E sono tante le altre canzoni che animano lo spettacolo, alcune composte dallo stesso Maestro per il film Scugnizzi di Nanni Loy. Dunque, una caratteristica distintiva dell’opera teatrale risiede nella grande stratificazione musicale, come ha raccontato lo stesso Mattone: «Le canzoni sono nate in momenti diversi, ma piano piano si sono legate tra loro, fino a diventare uno spettacolo». Una struttura incredibilmente innovativa che, dal punto di vista stilistico, riflette l’assoluta libertà creativa dell’autore: «Non ho mai voluto fare il cantautore in senso stretto, perché avrei rischiato di restare intrappolato in un’etichetta». Una scelta che oggi si traduce in uno spettacolo capace di spaziare su più fronti musicali, di «essere libero di svegliarmi un giorno in un modo e quello dopo in un altro», ha proseguito Mattone. Ed è in quella libertà che lo spettacolo continua a trovare la sua forza.
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