
Marinella Manicardi, ex direttrice del Teatro delle Moline, oggi attrice e scrittrice, ci ha spiegato com’è nato il teatro storico di Bologna. In un’ala di Palazzo Bentivoglio, nel 1973 Luigi Gozzi insieme a Marinella Manicardi hanno fondato il Teatro delle Moline, con la compagnia Teatro Nuova Edizione. Quello spazio di soli 50 posti è ancora oggi un punto di riferimento per la drammaturgia italiana contemporanea.
«L’idea, da subito, era che teatro fosse ogni cosa che può essere rappresentata e che vale la pena di rappresentare. Cinema, musica, poesia, laboratori teatrali… dalle Moline sono fiorite molte cose». All’epoca, le Moline si allontanava dal teatro ufficiale, era scritto e interpretato da artisti giovani, lontani dalle accademie teatrali. Sin dall’inizio, il pubblico del Teatro delle Moline sa che verrà stupito. «Abbiamo creato una cosa preziosissima: il rapporto di fiducia con il pubblico», dice Manicardi, che debutta giovanissima negli spettacoli scritti da Luigi Gozzi.
I primi spettacoli messi in scena alle Moline erano classici teatrali reinventati dalla regia di Gozzi, che ha scritto per il teatro fino al 1995. Gli spettacoli andati in scena in questi anni erano estremamente sperimentali, regalando allo stesso tempo una chiave d’accesso al pubblico. Attraverso la regia, il testo, l’interpretazione stessa degli attori, il pubblico delle Moline riusciva ad apprezzare un nuovo modo di fare teatro. Tra quei primi spettacoli, Manicardi ricorda La Calandria, una commedia recitata mantenendo il linguaggio cinquecentesco, ma da attori in jeans e scarpe da tennis.
Lo spettacolo prevedeva delle scene ripetute, tra cui una tra servo e padrone. «La prima volta che vedi la scena, il padrone picchia il servo. La seconda volta, il servo si ribella un po’. La terza volta, ancora di più. Sempre la stessa scena, con le stesse parole. Fino all’ultima ripetizione, dove il padrone viene messo in una gogna. Quella stessa scena, grazie alla recitazione degli attori, cambiava completamente di senso». Manicardi spiega che «il pubblico, che non sapeva nulla di semantica o di teatro, capiva il gioco e si divertiva».
Tra gli spettacoli più famosi, e più belli, nati dalla penna di Gozzi c’è Freud e il caso di Dora, che ha debuttato nel 1979. Manicardi racconta che la scommessa era usare la scrittura di Freud, dei suoi casi clinici, per raccontare la contemporaneità. «Mentre fuori l’Italia era nel pieno della strategia del terrore, volevamo mettere in scena ciò che succedeva all’interno della nostra testa». La scenografia è «un’intuizione formidabile», usare delle proiezioni cinematografiche come parte integrante del racconto teatrale. Il palcoscenico diventa uno schermo enorme, dove vengono proiettati spezzoni dell’analisi, di quello che gli attori raccontano.
In quegli anni, la compagnia era diventata un punto di riferimento per la scena italiana, permettendo a Manicardi di andare in tournée per «ex-cantine, posti scalcagnati» ma gestiti da «compagnie fresche e intelligenti, anche famose». Queste cantine erano luoghi non ufficiali -spesso soffocanti, veri e propri scantinati- in cui prende forma un nuovo tipo di teatro, sull’onda del rinnovamento culturale di quegli anni.
Se all’inizio del Teatro delle Moline, contemporaneo significava scritto e interpretato da artisti giovani, in decisa opposizione contro tutto quello che veniva reputato vecchio, oggi la parola assume nuovi contorni. L’esigenza, dopo il tempo delle avanguardie, è ancora quella di rispondere al pubblico. Fare teatro, però, è diventato più difficile per Manicardi. «Mi sembra che sia tutto un fare teatro, tant’è che per me è molto difficile scrivere un testo; sia perché la realtà cambia da un giorno all’altro, sia perché diventa difficile distinguere tra menzogna e verità». Precisa, tra le menzogne che vengono messe in scena per commuovere e quelle dette per ottenere potere.
Proprio come ne La Calandria, spiega Manicardi, con le stesse parole, ma un diverso atteggiamento, il pubblico potrebbe convincersi di una falsità. «A teatro il confine è segnato dalla fine dello spettacolo, ma qual è la cornice che permette di capire quando finisce la finzione intorno a noi?».
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