
Il genocidio in Palestina non accenna a fermarsi: nella giornata di oggi due attacchi israeliani hanno colpito l’ospedale Nasser di Gaza, ammazzando almeno 20 persone, fra soccorritori, civili, e giornalisti.

Cinque sono i giornalisti uccisi nell’attacco all’ospedale Nasser: Hossam Al-Masri, Ahmad Abu Aziz, Muhammad Salama, Maryam Abu Daqqa, Moaz Abu Taha, che lavoravano per Reuters, Al Jazeera e Associated Press. Arriva così a 244 nomi la lista di giornalisti e fotoreporter morti unicamente per aver svolto il proprio lavoro dall’inizio del genocidio a Gaza.
È inoltre da segnalare la tecnica precisa utilizzata nel bombardamento del Nasser Medical Complex (unico ospedale parzialmente funzionante a sud di Gaza), definita “Double Tap”: l’ospedale infatti è stato bombardato per due volte consecutive, una in un primo momento di quiete, e un’altra una volta arrivati soccorritori e giornalisti, tanto che l’attacco è stato ripreso in diretta, mentre i cronisti commentavano ancora il bombardamento precedentemente avvenuto.
A Gaza i giornalisti sanno di vivere e lavorare nel pericolo, tanto che quasi ognuno di loro, che siano uomini di 60 anni o donne di 20, ha gia preparato un testamento da lasciare a parenti ed affetti. Anche in questo caso è accaduto: Maryam Abu Daqqa ha lasciato un testamento per suo figlio Ghaith, e questa è una sua parte:

“Tu sei il cuore e l’anima di tua madre
Voglio che tu preghi per me e non pianga per me, così che io possa riposare in pace. Rendimi orgogliosa lavorando sodo, eccellendo negli studi e diventando un giovane capace e di successo, impegnati per costruirti un futuro e diventare un imprenditore rispettato, amore mio.
Voglio che tu non ti dimentichi di me. Ho fatto tutto per renderti felice e a metterti a tuo agio, e ho fatto tutto per te.
Voglio che tu possa crescere, sposarti e avere una figlia e chiamarla Maryam, come me. Sei il mio amore, il mio cuore, il mio sostegno, la mia anima e il figlio che mi rende orgogliosa […]
Tua madre Maryam”.
Ogni giorno i testamenti aumentano sempre di più, ogni giorno i giornalisti di Gaza vivono senza alcuna protezione internazionale, spesso sbeffeggiati da “colleghi” che li definiscono “terroristi di Hamas”. Ci uniamo come giovani cronisti al grido di aiuto proveniente dal basso, che le istituzioni nazionali e internazionali continuano ad ignorare. L’informazione non deve e non potrà mai essere messa a tacere con l’utilizzo della forza.
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