
Lo storico americano Robert Paxton ha esitato a chiamare Trump fascista, ora ha cambiato idea. Dopo la seconda vittoria di Donald Trump alle elezioni americane, dobbiamo chiederci: il “trumpismo” è il nuovo fascismo?
All’alba dei risultati elettorali negli Stati Uniti, con la seconda vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali, bisogna fare i conti con gli ultimi quattro anni. Eravamo rimasti all’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2020, una data che ha segnato la storia americana, e internazionale. In quella data, incoraggiando i suoi sostenitori a contestare il risultato degli spogli, Donald Trump apriva la strada della violenza civica per ribaltare le elezioni. Secondo lo storico Robert Paxton, è questo l’evento che lo colloca esattamente nella schiera dei fascisti, come Hitler e Mussolini.
All’inizio del primo mandato di Trump, il Professore della Columbia University Paxton, tracciava una differenza fondamentale tra la “plutocrazia” di Trump e il fascismo storico. Il rapporto con il mondo degli affari di Trump è improntato alla de-regolamentazione del mercato. Al contrario, «Mussolini e Hitler non avevano alcun desiderio di lasciare questioni economiche, sociali o ambientali alle forze di mercato incontrollate, né pensavano che la popolazione potesse essere unificata senza un’azione statale forzata».
Inoltre, mentre i fascismi storici cercano di mobilitare la popolazione e i lavoratori, attraverso organizzazioni corporative e uniformi, i repubblicani di Trump si focalizzano sugli interessi individuali. Piuttosto che creare unioni di lavoratori, Trump si focalizza sulla amarezza percepita dalla classe operaia bianca non qualificata, «che si sente assediata sia economicamente che culturalmente». Così, attacca i diritti civili – come l’aborto e il matrimonio omosessuale – conquistati fino ad oggi. Non solo, anche la libertà di stampa e le autorità giudiziarie sono messa a dura prova. Sull’onda dei nazionalismi internazionali, anche Trump diffida del potere della magistratura e l’affidabilità dei media.
Dall’altro lato, le somiglianze con il fascismo sono sconcertanti: tono prepotente e violento, discorsi semplici e facili da trasformare in slogan, disprezzo delle minoranze e delle istituzioni, esaltazione del patriottismo. Infatti, proprio come Hitler negli anni ’30, il motto di Trump è mettere l’America al primo posto. La sua politica estera durante il primo mandato era incomprensibile, oggi, con due guerre attualmente in corso, potrebbe essere una minaccia internazionale. Donald Trump ha un fascino da demagogo, che è merito di una generale perdita di fiducia nel sistema politico internazionale. La democrazia è in pericolo.
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