
Una foto di spalle dei bambini potrà porre rimedio a centinaia di foto e di video rilasciati in rete che ne immortalano quasi ogni attimo della crescita? Senza dubbio, no. E lo suggerisce anche la proposta di legge presentata da Avs per rafforzare la tutela della privacy dei minori.
“Disposizioni in materia di diritto all’immagine dei minorenni” è una proposta di legge a firma degli onorevoli Bonelli, Zanella, Fratoianni e Piccolotti, composta da tre articoli. L’intento è contrastare il fenomeno dello sharenting. Nato dal connubio tra share, condividere, e parenting, fare i genitori, lo sharenting è la condivisione massiva delle immagini dei propri figli online. Stando ad una ricerca condotta dall’organizzazione inglese Nominet, i genitori tendono a postare in media 300 foto dei propri figli ogni anno, ammontare che in appena cinque anni arriva alla modica cifra di 1500 immagini.
La proposta di legge rende, in caso di diffusione di video e/o foto su una piattaforma di condivisione, obbligatoria una dichiarazione all’AGCOM da parte di chi esercita la responsabilità genitoriale o dei rappresentanti legali. L’AGCOM, inoltre, dovrebbe essere informata dalle aziende che vogliano coinvolgere soggetti minorenni di quattordici anni nelle proprie campagne di influencer marketing, con contestuale autorizzazione di chi esercita la responsabilità genitoriale. In aggiunta, si chiede che gli introiti che conseguono dallo sfruttamento delle immagini del minorenne siano versati da chi esercita la responsabilità genitoriale, in un deposito bancario intestato al minorenne, che rimane inutilizzabile fino al compimento dei diciotto anni del ragazzo.
Significativa la previsione del diritto all’oblio digitale: il minorenne, al raggiungimento dei quattordici anni, anche in caso di immagini pubblicate in rete prima della medesima età, può chiedere e ottenere la rimozione e cancellazione dal web e dai motori di ricerca di tutti quei contenuti e dati personali diffusi e precedentemente messi in rete.
Ancora, è prevista l’emanazione di un DPCM con disposizioni e linee guida per i servizi di piattaforme di condivisione foto e/o video, al fine di informare sulle conseguenze della diffusione dell’immagine dei minorenni, in termini di rischi psicologici e legali.
La proposta di legge interviene su un tema già nel mirino del Garante privacy che nel 2021 aveva segnalato alcuni accorgimenti da adottare per pubblicare immagini di minori: rendere irriconoscibile il viso del minore, ad esempio, utilizzando programmi di grafica per “pixellare” i volti; coprire semplicemente i volti con un’emoticon; limitare le impostazioni di visibilità delle immagini sui social network solo alle persone che si conoscono. Piccole accortezze per evitare grandi pericoli.
Non è raro, infatti, trovare le immagini condivise in rete dai genitori in siti pedopornografici. Tra l’altro, dalle informazioni condivise è gioco facile, per i malintenzionati, trarre indirizzi, luoghi ed abitudini quotidiane dei figli.
Peraltro, la diffusione delle immagini avviene spesso senza il consenso dei bambini, con potenziali ricadute sulla loro consapevolezza digitale e sulla gestione della propria identità online da grandi. La condivisione delle immagini, infatti, porta alla costruzione di un vero e proprio fascicolo del bambino, non sempre gestibile proprio perché la memoria del web è infinita: anche le immagini eliminate dal proprio profilo potrebbero ben essere state archiviate nella memoria di un altro internauta. Un fascicolo quasi indistruttibile, dunque, suscettibile di influenzare le possibilità relazionali (prima) e lavorative (poi) dei figli.
Peraltro, catapultare il bambino nella dinamica dei like e dei follower significa legare la sua autostima ai feedback degli utenti del web. Tutto molto poco sano. Tutto ancora meno sano se a questa dinamica aggiungiamo la monetizzazione dell’immagine del minore, problematica su cui interviene il disegno di legge.
La proposta firmata Avs sembra, quantomeno, garantire al minore la giusta remunerazione per l’utilizzo della propria immagine a fini di lucro. Insomma, si argina, almeno, il rischio che i genitori possano, in qualche modo, trarre un profitto dalla condivisione delle dinamiche genitoriali. Si mette al bando la mercificazione acritica del legame di sangue per aumentare l’engagement e le interazioni con i follower. Alla tutela economica si affianca il diritto all’oblio che non pone rimedio, tuttavia, ad un utilizzo delle immagini non propriamente in linea con l’interesse del minore, fintantoché le stesse sono in rete e, soprattutto, nella misura in cui possono essere liberamente salvate su un dispositivo prima che le stesse non siano più reperibili online.
In sostanza, non vi è rimedio migliore dell’astenersi dal mostrare i propri figli, soprattutto senza aver acquisito il loro consenso e soprattutto a scopi commerciali. Piuttosto che fotografarli e mostrarli al mondo, sarebbe più opportuno proteggerli, per quanto possibile, dalla rete della quale siamo tutti, inevitabilmente, prigionieri.
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