
Era il 2004 quando il governo Berlusconi emanò il bando di concorso per l’immissione dei docenti di religione nei ruoli della scuola italiana. Era la prima volta che accadeva e ne furono assunti circa 15 mila nel cattolicissimo Bel Paese, dove per decenni l’insegnamento della religione fu affidato ai preti. L’impegno del governo era di bandire un concorso ogni tre anni, come accade per tutte le altre discipline, ma sono passati 20 anni prima che il sindacato rappresentativo della categoria, lo Snadir, ottenesse il concorso appena espletato che ha consentito ad altri 6mila professori di religione di essere immessi in ruolo.
Nel frattempo, negli anni, parecchi docenti sono andati in pensione e l’insegnamento è stato affidato a precari che lavorano sulla stessa cattedra, vacante e disponibile, anche da 25 anni, assunti il 1° settembre, all’inizio dell’anno scolastico, e licenziati il 31 agosto, con tutele sostanzialmente diverse da qualsiasi docente di ruolo riguardo assenze, malattia, aggiornamento, accesso al credito. E c’è anche chi, dopo 40 anni di servizio, è andato in pensione da precario. Da circa un decennio l’Europa ha proibito la reiterazione dei contratti a termine oltre i 36 mesi, ma il Ministero dell’Istruzione ha continuato ad assumere a tempo determinato, nonostante la ferma condanna persino della Corte di giustizia europea.
Il risultato? Migliaia di docenti “abusati” per decenni e un danno erariale senza precedenti a causa dei risarcimenti stabiliti dai giudici in sede civile a favore dei precari. Lo Stato che arreca danno a sé stesso. Un vero e proprio paradosso.
L’insegnamento della religione è presente in tutta Europa ma in Italia è un unicum. A partire dalla formazione dei docenti. Lo Stato italiano, il 26 gennaio 1873, decretò l’abolizione dei corsi di teologia presenti nelle università statali e la formazione teologica superiore divenne unico appannaggio dell’autorità ecclesiastica. Ma non abolì l’insegnamento della religione nella scuola con la necessità di chiedere alla Chiesa cattolica i professori. È quello che ancora accade: lo Stato forma i docenti di tutte le discipline nelle sue università, ma non può provvedere a quelli di religione. Dove si formano allora questi insegnanti? Nelle università pontificie presenti su tutto il territorio nazionale che rilasciano tito-li accademici equipollenti a quelli rilasciati da tutte le università europee. E perché lo Stato italiano, come accade in tutta Europa, non inserisce le facoltà di teologia nelle università pubbliche? È uno dei misteri della fede, mai rivelati. Il voto di religione non fa media, inducendo chi la sceglie, e sono circa il 90% degli studenti, a pensare che sia una materia inutile. Ma non è così, poiché rientra pienamente nel curriculum. Perché allora non fa media? Per evitare, dicono ai piani altri di viale Trastevere, di urtare la suscettibilità di taluni, i cosiddetti laici, che potrebbero avere da ridire. Forse nella mente del Ministro, e solo nella sua, religione a scuola equivale ancora a dire catechismo.
La religione è una materia di studio come tutte le altre e non presuppone la fede in Dio. E forse, non c’è materia più laica della religione visto che è l’unica, in ogni ordine e grado di scuola, ad essere facoltativa, se per laico si intende una disciplina che non ha carattere confessionale. C’è ancora chi obietta che i docenti di re-ligione debbano essere pagati dalla Chiesa o da chi sceglie di studiare religione, perché non accetta che i suoi soldi siano “sprecati” per cose che non condivide.
Chi scrive, da cattolico e docente di religione, potrebbe rispondere che anche la donna che decide di abortire, ovviamente quando non in pericolo di vita, debba pagarsi l’intervento perché il sottoscritto, da credente e cittadino italiano che paga le tasse, crede che l’aborto sia un crimine. Ovviamente non è così perché la pluralità del pensiero e il rispetto delle reciproche sensibilità è il fondamento di ogni società realmente democratica. Cosa manca allora ai professori di religione? Ancora tanto: la classe di concorso, l’organico del potenziamento, la possibilità di far valere il proprio voto e soprattutto la consapevolezza di essere riconosciuti come professionisti.
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