
Gli imprenditori chiedono sussidi statali; i lavoratori stringono i denti senza vedere un soldo. Una dinamica consolidata che si ripropone con il recente crollo di Stellantis. Eppure, mentre si moltiplicano i richiami allo “sforzo comune”, i sacrifici sembrano gravare solo su alcuni. La crisi del gruppo automobilistico italo-francese, nato dalla fusione tra FCA e Peugeot, segna un’altra pagina del libro d’oro degli aiuti di Stato, dove il finale rimane sempre lo stesso: fondi pubblici che sostengono gruppi privati, benefici solo per i più ricchi, tagli permanenti per chi lavora.
Quando Stellantis venne fondata nel 2021, l’ottimismo era alle stelle. La fusione tra FCA e Peugeot sembrava una mossa strategica per assicurare competitività sul mercato globale e permettere alla famiglia Agnelli, tramite la holding Exor, di mantenere un piede nel settore automobilistico senza rischi eccessivi. John Elkann sembrava aver replicato l’operazione brillante di Sergio Marchionne, che anni prima aveva traghettato la Fiat lontano dal fallimento grazie alla fusione con Chrysler. E per un breve momento, sembrava che il miracolo potesse durare.
Ora, però, il sogno si è infranto. Con la crisi del settore europeo e le sfide della transizione elettrica, Stellantis ha registrato un calo di vendite e redditività che mette a rischio le sue operazioni. Gli stabilimenti italiani, storicamente legati alla produzione automobilistica, vedono oggi l’ombra della cassa integrazione e il rinvio di progetti come la gigafactory di batterie prevista a Termoli. Paradossalmente, mentre il gruppo continua a richiedere sussidi e agevolazioni per rimanere in piedi, si indebolisce però il legame con l’Italia: solo il 10% della produzione Stellantis proviene ormai dal nostro paese e il gruppo pensa di trascolare completamente. Gli incentivi per Stellantis sono però irresistibili, ma nell’ottica di uno Stato che pensa solo agli imprenditori non vincolano mai a garantire occupazione stabile e duratura.
Fa riflettere come, nel dibattito pubblico, l’attenzione e le critiche si concentrino su chi riceve un sussidio o un sostegno per la propria sopravvivenza. Questi poveri, disoccupati o lavoratori poveri, sono criminali da dover stanare e deridere in pubblico. Eppure, nel caso dei grandi gruppi industriali che ricevono aiuti statali con risultati alterni, nessuno grida all’abuso. Chi è alla guida di queste aziende non viene mai visto come un “assistito”, ma come un “generale che resiste” e per questo merita supporto. I sussidi ai poveri vengono spesso associati a una presunta incapacità di autosufficienza, ma nessuno considera “assistiti” quei giganti dell’industria che, anno dopo anno, dipendono da fondi pubblici per mantenersi a galla.
Il “ricatto occupazionale” è una tattica ormai consolidata: promettere lavoro in cambio di agevolazioni, ma finché tutto va bene. Quando i bilanci crollano, i conti si pagano sempre sulla pelle dei lavoratori, mentre le grandi aziende continuano a delocalizzare, sfruttare e capitalizzare altrove.
A peggiorare il quadro di Stellantis, la tentazione di sganciarsi completamente dall’Italia e trovare una nuova partnership. Negli ultimi tempi si parla di una possibile fusione con Renault, già ben vista dalle istituzioni francesi, che vedrebbe nascere un colosso automobilistico europeo. Certo, le implicazioni antitrust non sarebbero poche, ma per Exor questa potrebbe essere l’occasione perfetta per diluire ulteriormente il proprio ruolo nell’automotive e “alleggerirsi” delle difficoltà del settore. Resta da vedere se l’Italia sarà ancora disposta a contribuire con aiuti e incentivi per una produzione che si allontana sempre più dal territorio nazionale. D’altronde, come resistere alla comodità degli aiuti di Stato? Imprenditori e sussidi statali sembrano una coppia perfetta, un ottimo strumento per gestire crisi senza rinunciare al profitto.
Finché il sistema continuerà a premiare questo tipo di comportamenti, i lavoratori italiani, privati di tutele e occupazione stabile, resteranno gli unici veri sconfitti in una partita già decisa.
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