
Dopo più di vent’anni di trattative, il trattato ONU per la tutela dell’alto mare è diventato finalmente realtà. Un accordo internazionale di portata storica sulla gestione delle acque internazionali il cui obiettivo primario è garantire la salvaguardia della biodiversità marina. Dopo aver raggiunto la soglia delle 60 ratifiche, il trattato entrerà in vigore ufficialmente il prossimo gennaio 2026.
Era il giugno del 2023 quando si raggiunse un primo “accordo” sul testo del trattato internazionale per la tutela delle acque ma, per entrare in vigore, necessitava della ratifica di almeno 60 paesi. Ed oggi, dopo tutti questi anni, a Norvegia, Corea del Sud, Cile, Unione europea ed alcuni suoi Paesi membri (tra cui Belgio, Francia e Grecia), si sono uniti anche Marocco e Sierra Leone, rispettivamente sessantesimo e sessantunesimo Paese aderente. Chi manca all’elenco? E già, all’interno del gigante dei G7, solo la Francia sembra aver mantenuto le promesse fatte. Restano fuori, tra gli altri, la nostra Italia e le superpotenze di Stati Uniti, Cina, Russia e Giappone.
Nonostante ciò, il numero necessario a formalizzare l’accordo è stato raggiunto. Dopo 120 giorni dall’adesione degli ultimi Stati, il prossimo 17 gennaio il trattato dal nome BBNJ (Biodiversity Beyond National Jurisdiction) diventerà legalmente vincolante per i Paesi che lo hanno firmato. Le aree da tutelare e le modalità per farlo verranno individuate, valutate e votate dai paesi firmatari una volta entrato in vigore.
«Gli Stati hanno trasformato l’impegno in azione, dimostrando cosa è possibile fare quando le nazioni si uniscono per il bene comune. Mentre affrontiamo la triplice crisi planetaria del cambiamento climatico, della perdita di biodiversità e dell’inquinamento. Questo accordo è un’ancora di salvezza per l’oceano e l’umanità. La salute dell’oceano è la salute dell’umanità» ha affermato con entusiasmo il Segretario generale António Guterres.
L’alto mare rappresenta circa due terzi dell’intera superficie oceanica e, trovandosi al di fuori delle giurisdizioni nazionali, è rimasto a lungo privo di un’adeguata protezione. Ecco che, in questo contesto, l’entrata in vigore del trattato rappresenterà un punto di riferimento cruciale per raggiungere obiettivi internazionali. Non a caso esso si inserisce perfettamente nell’ambito degli impegni assunti con l’Accordo Kunming-Montreal sulla biodiversità, che fissa come obiettivo la conservazione del 30% delle aree terrestri e marine entro il 2030. Il testo mira in particolare a colmare il vuoto normativo nelle cosiddette “zone grigie” dell’oceano, regolando attività come la pesca intensiva e le estrazioni in acque profonde. Oltre alla protezione degli ecosistemi marini, il trattato fa un passo in più. Punta infatti a garantire allo stesso tempo una distribuzione più equa dei benefici derivanti dalle risorse genetiche marine ed a promuovere una cooperazione scientifica tra i vari Stati.
Si attendono però ancora delle linee guida chiare da parte dell’Autorità internazionale dei fondali marini che chiariscano al meglio il quadro delineato evitando di lasciare pericolose aree franche per i Paesi non aderenti.
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