
Il mantenimento di una giusta spesa pubblica per la sanità in Italia rimane un’insormontabile sfida. Anche quest’anno il Pil resta al 6,2%, non mostrando alcun segno di crescita rispetto al 2023. L’unica differenza si potrebbe riscontrare nella spesa sanitaria, che in termini nominali è passata da un investimento di 128,8 miliardi nel 2023 ad uno di 134,7 miliardi nel 2024. Un aumento che, però, nei fatti non cambia nulla. Infatti, l’Italia è solo 16esima tra i 27 Paesi europei dell’area Ocse e addirittura ultimo tra quelli del G7. Mentre il nostro paese rimane al 6,2%, la media Ocse è del 6,9%, mentre quella europea del 6,8%.
Un aumento significativo della spesa pubblica per la sanità in Italia non si vede dal 2008. L’unico picco si è avuto negli anni della diffusione da Covid-19. Tale evento però non può essere considerato come un termine di paragone, in quanto una pandemia rappresenta un’emergenza sanitaria. Tornando al 2008, dove in termini di PIL si arrivava al 7,1%, per ritornare ad una percentuale del genere dovremmo investire 11 miliardi in più all’anno. Per fare un esempio pratico, nel 2008 si spendevano 147 miliardi, nel 2024 invece si spendono 136 miliardi. Ma cos’è successo all’Italia?
Già nel 2008, quando tutti i Paesi del G7 avevano una spesa pubblica pro-capite compresa tra $ 2.250 e $ 3.500, l’Italia era in fondo insieme al Giappone, rimanendo ultima con una spesa pro-capite di $ 3.574. Come da sempre sostengono la Fondazione Gimbe, sindacati e associazioni di medici, negli ultimi due decenni la spesa sanitaria non ha rappresentato una priorità per i governi che si sono succeduti. L’unica manovra è stata quella di fare tagli su tagli che hanno portato a risparmiare sulla sanità con l’illusione di renderla più “efficiente”.
I numeri in termine di spesa pro-capite sono imbarazzanti. I contrasti interni che derivano dalle disuguaglianze sanitarie in Italia, non fanno altro che spaccare ancora di più un paese già completamente frantumato. Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, ha commentato: “Di fatto in Europa siamo primi tra i Paesi poveri, davanti solo a Spagna, Portogallo e Grecia e ai Paesi dell’Est, esclusa la Repubblica Ceca. Considerato che dati, narrative e indagini di popolazione documentano all’unisono che oggi la sanità pubblica è la vera emergenza del Paese, la Fondazione Gimbe chiede all’esecutivo un progressivo e consistente rilancio del finanziamento pubblico per la sanità, oltre che coraggiose riforme di sistema per garantire a tutti la tutela della salute, un diritto costituzionale fondamentale e inalienabile”.
Poi continua dicendo: “La perdita di un Ssn pubblico, finanziato dalla fiscalità generale e fondato su princìpi di universalità, eguaglianza ed equità, determinerebbe un disastro sanitario, economico e sociale senza precedenti. E senza una rapida inversione di rotta, da tracciare già nella NaDEF 2024 e, soprattutto, nella legge di Bilancio 2025, siamo destinati a rinunciare silenziosamente al diritto alla tutela della salute, già compromesso per le fasce socio-economiche più deboli, per anziani fragili e nel Mezzogiorno. E scivoleremo inesorabilmente da un Servizio sanitario nazionale fondato per garantire un diritto costituzionale a tutte le persone, a 21 Sistemi sanitari regionali regolati dalle leggi del libero mercato, dove le prestazioni saranno accessibili solo a chi potrà pagare di tasca propria o avrà sottoscritto costose polizze assicurative”.
Bisogna ammettere che è vero che il fondo sanitario nel 2024 è aumentato, arrivando a 134 miliardi, ma bisogna anche chiarire un dato. Di questo incremento, 2 miliardi erano già previsti dalla manovra precedente. Il resto viene sostanzialmente tutto eroso dagli accantonamenti per i rinnovi contrattuali del personale e per il finanziamento della sanità privata. Inoltre, secondo il Documento di economia e finanza del 2024 (DEF), nel 2023 il governo ha stanziato 131,1 miliardi di euro, lo 0,4 per cento in meno rispetto al 2022. Il dato è inferiore di 3,6 miliardi rispetto alle previsioni fatte l’anno scorso dal governo Meloni nella Nota di aggiornamento al Def, quando si prevedeva che la spesa sarebbe aumentata del 2,8%.
Invece la spesa è diminuita, nonostante la nostra attuale premier affermi il contrario dicendo che non ci sia stato nessun taglio alla spesa pubblica per la sanità. Secondo quanto pubblicato in un rapporto della Fondazione Gimbe, “negli ultimi dieci anni, i soldi destinati alla sanità sono cresciuti meno dell’inflazione. Quindi, anche se sembravano aumentare, le “cose” che si potevano comprare con quei soldi erano sempre meno. Nel decennio 2010-2019, il finanziamento pubblico del SSN è aumentato complessivamente di 8,8 miliardi di euro crescendo in media dello 0,9 per cento annuo, tasso inferiore a quello dell’inflazione media annua pari a 1,07 per cento”.
Quindi, se non volessimo parlare di tagli alla spesa sanitaria, si potrebbe dire che i governi degli ultimi anni hanno lasciato che fosse l’inflazione a ridurla di anno in anno. Infatti, uno dei principali problemi è sicuramente che l’Italia è un paese anziano. Dagli anni duemila ad oggi, gli over 65 sono aumentati di quasi un terzo. Ognuno di loro costa in media al servizio sanitario quasi il doppio rispetto a un giovane. In merito a ciò, secondo i calcoli della Fondazione Gimbe, negli ultimi dieci anni circa 37 miliardi di euro. E come dicevamo prima, questi tagli sono sempre stati giustificati con lo scopo di “eliminare sprechi e migliorare l’efficienza”.
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