
In Italia le persone non-binary ammontano allo 0,06%. Le persone non binarie non sono per niente tutelate in ambito lavorativo e non godono di alcun riconoscimento giudiziario o sanitario. Senza contare della difficoltà dai semplici pronomi all’ accettazione su un posto lavorativo.
In Italia la possibilità di cambiare sesso con una conseguente riattribuzione chirurgica e anagrafica è regolata dalla legge. La rettificazione avviene con sentenza del tribunale che attribuisce ad una persona un sesso diverso da quello enunciato nell’atto di nascita. A seguito di intervenute modificazioni dei suoi caratteri sessuali.
È obbligatorio, infatti, avere la diagnosi di disforia di genere per proseguire con l’assunzione di testosterone. Nel caso delle persone non-binary la situazione è più complessa. Essendo che si parla di identità fluide non sempre c’è la volontà di assumere testosterone. Ma purtroppo è , anche se in dosi ridotte, obbligatorio per il percorso di transizione.
Un esempio di inclusione sono le carriere alias fornendo un profilo burocratico, alternativo e temporaneo, riservato agli studenti transgender. Un nome scelto viene quindi a sostituire il nome anagrafico, quello scritto nei documenti ufficiali e dato alla nascita in base al sesso biologico.
In ambito lavorativo, invece, non esiste nulla di simile, nonostante funzioni anche da motore di integrazione sociale. Il mondo del lavoro è anche uno dei principali elementi che determinano la linea di confine fra integrazione ed emarginazione sociale di un individuo. Ciò sembra essere ancora più vero per le persone transgender non-binary che nel mondo del lavoro subiscono ancora forti discriminazioni. Infatti le persone che fanno coming out sul posto di lavoro sono troppo spesso soggette al mobbing. O addirittura al licenziamento.
Pertanto, le persone trans e non-binary tendono a evitare di esporre la propria identità di genere. A prova di ciò, ci sono le statistiche su inclusione e diversità LGBT+ degli anni 2019, 2020 e 2021. L’Istat ha infatti effettuato un’ampia indagine riferita alle “Diversità LGBT+” in ambito lavorativo che si concentra su un target di oltre 21 mila individui in unione civile o unite civilmente in passato residenti in Italia. Di questi, il 12,6% afferma di non essersi presentato a un colloquio di lavoro o non aver fatto domanda perché pensava che l’ambiente di lavoro sarebbe stato ostile al suo orientamento sessuale.
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