
È scomparso l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, e di questo ne prendiamo atto con rispetto reverenziale ed istituzionale ma, nelle fasi delle considerazioni storiche e politologhe che si vanno a rimembrare e contestualizzare, su un uomo politico che ha fatto la storia dell’Italia dal dopoguerra fino a ieri, non possono venirne fuori grosse contraddizioni e criticità.
Da giovane aderente al GUF, Gruppo Universitario Fascista, al confluire nel PCI nel 1945, scalandone velocemente i ruoli dirigenti. Dall’appoggio incondizionato alla “Primavera di Praga” e dunque all’invasione dei carri armati russi dell’Ungheria nel 1956, all’essere scelto come responsabile delle relazioni internazionali del PCI sul finire degli anni ’70 ed inviato negli Stati Uniti, dove instaurò un forte rapporto di stima reciproca con Henry Kissinger, longevo repubblicano ed ex segretario di stato USA.
Attraversando i turbolenti anni di piombo, il sequestro Moro, l’era Berlinguer, nel 1996 diviene Ministro dell’Interno, prima volta nella storia repubblicana per un rappresentante comunista della prima ora, ad occupare tale posizione. Nel corso degli ultimi trent’anni, dalla caduta del governo Berlusconi all’instaurarsi dell’esecutivo Monti, dai teatri di guerra dell’ex Jugoslavia ai bombardamenti franco-alleati della Libia, la trazione atlantista europeista era oramai un dato di fatto ineccepibile.
Quello che ne viene fuori, non verso la sua figura personale di uomo e di politico, ma da come è stata codificata la classe dirigente del nostro Paese dalle moltitudini negli ultimi anni, visti gli eventi e le disequità palesi, come arroccata dietro protocolli istituzionali di autoreferenzialità aristocratica e di privilegi baronali. Allontanando, di fatto, le masse dalla partecipazione politica, e condannando all’oblio ogni scarnificazione dell’indifferenza dei palazzi del Potere, rispetto alle problematiche devastanti della quotidianità delle persone comuni.
In ultimo, la precarietà, l’impoverimento generalizzato delle prossime generazione a cui è stata affidata la privatizzazione del proprio futuro, senza compromessi, senza i vitalizi di chi li ha decretati.
Silenzio e riflessione, verso quello che siamo stati e, cosa siamo diventati.
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