
Per un pugno di voti, il nuovo governo liberale della Polonia subisce una sconfitta su un tema cruciale: in Polonia l’aborto resta illegale . Il Parlamento polacco ha respinto la proposta per liberalizzare la legge sull’interruzione di gravidanza, attualmente punibile fino a tre anni di carcere, con i voti contrari di alcuni deputati della coalizione di maggioranza. Ben 218 voti contrari contro i 215 favorevoli.
Un duro colpo per il premier Donald Tusk, che aveva inserito il rafforzamento dei diritti delle donne nel suo programma elettorale. La Polonia, infatti, ha alcune delle leggi sull’aborto più restrittive in Europa e rimane profondamente divisa sulla questione. L’alleanza dei partiti pro-UE salita al potere a ottobre aveva promesso di legalizzare l’aborto, attualmente consentito solo in casi di violenza sessuale, incesto o pericolo diretto alla vita o alla salute della donna gestante.
Il testo sottoposto a votazione è stato respinto dai rappresentanti del partito nazionalista Diritto e Giustizia (PiS) e dell’estrema destra Konfederacja, due importanti gruppi di opposizione. Anche alcuni deputati del Psl (Democratici Cristiani), membri della coalizione di governo, hanno votato contro. Altri tre progetti di legge, ancora in discussione nelle commissioni parlamentari, propongono di facilitare l’accesso all’aborto in varie misure. Tuttavia, il presidente Andrzej Duda, alleato del PiS, ha già dichiarato che porrà il veto su qualsiasi progetto di legge che miri alla liberalizzazione dell’aborto, anche se approvato.
La frenata ai diritti riproduttivi è stata ulteriormente aggravata dall’assenza di due deputati polacchi della Coalizione civica al momento del voto. Entrambi sono stati sospesi dal gruppo parlamentare. «Non si è trattato di un voto qualsiasi», ha spiegato il premier Tusk, giustificando l’assenza del deputato Grabczuk per motivi di salute. Tuttavia, i deputati Giertych e Slugocki saranno sospesi e privati delle loro funzioni.
A votare contro la proposta di legge sono stati anche 24 deputati del Partito popolare polacco (Psl), parte della maggioranza di governo, guidato dal ministro della Difesa Wladyslaw Kosiniak-Kamysz. Solo quattro parlamentari del Psl, tutte donne, hanno votato a favore.
L’esito del voto in Polonia non rappresenta solo una battuta d’arresto per il governo di Tusk, ma una più ampia minaccia all’autodeterminazione dei corpi. Carla Lonzi, femminista italiana, sosteneva che la liberazione delle donne dovesse passare per il controllo sui propri corpi e scelte riproduttive. Le rigide leggi polacche sull’aborto impongono una visione retrograda che nega alle donne questo diritto fondamentale, trattandole come strumenti piuttosto che individui autonomi. La Polonia, con alcune delle legislazioni più restrittive d’Europa, perpetua una cultura di controllo e repressione, negando alle donne la possibilità di decidere del proprio corpo e del proprio futuro.
In un contesto globale dove i diritti riproduttivi sono costantemente messi in discussione, il caso polacco rappresenta un monito sulla fragilità delle conquiste ottenute e la necessità di una vigilanza costante. Solo attraverso la continua pressione e l’impegno per l’uguaglianza di genere sarà possibile superare le barriere imposte da leggi antiquate e discriminatorie.
In Polonia, l’aborto resta illegale, ma la lotta femminista continua.
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