
Sono trascorsi appena due mesi dalla tragica scomparsa del giovane Luigi Petrella, di sedici anni, e il tempo a Mondragone sembra essersi fermato: per alcuni sembrano esser passati soltanto una manciata di giorni; per altri, una vita intera. In questi due mesi a Mondragone c’è stata un’aria strana, viziata. Quando a spezzarsi è una giovane vita come quella di Luigi, è impensabile riuscire ad alienarsi. Pur non conoscendolo direttamente, se non attraverso i racconti della sua famiglia e dei suoi amici, ci sembra quasi di non poter scappare da un lutto che ha ricoperto la città come una patina, riversandosi in ogni strada, in ogni vicolo, in ogni casa.
Per una città come Mondragone, dove l’individualismo è il motore che muove ogni cosa e il senso di collettività viene spesso a mancare, è strano. Siamo abituati a pensare unicamente a noi stessi, a credere che il prossimo sia sempre pronto a rovinarci; non ci fidiamo, e siamo pronti a pensar male di chi abbiamo dinanzi. Ma tutti ci fermiamo davanti a un lutto di tale portata. Forse è che non ce l’aspettiamo.
Morire così giovani, e in questo modo, ci appare come un’ingiustizia che nessuno è in grado di accettare, né tantomeno elaborare, perché siamo abituati alla violenza che ogni giorno il mondo ci propone – guerre e genocidi lontani, femminicidi, carestie, disastri naturali – ma una violenza di questo tipo è più intima perché ci è vicina. Perché ogni giorno ci fermiamo davanti al campo sportivo di Mondragone e vediamo il cumulo di fiori e pensieri lasciati per una vita spezzata; perché abbiamo assistito alle fiaccolate, ai cortei, alle richieste di giustizia gridate verso il cielo; perché realizziamo che Luigi potesse essere il figlio di tutti, il fratello di tutti, l’amico di tutti; perché molti si sono ritrovati a pensare che, al suo posto, per una manciata di minuti ci sarebbe potuto essere qualcun altro.
È facile riflettere sulle cause, risalire alle radici di certe questioni, criticare e puntare il dito verso problemi sistematici di cui non s’intravede la soluzione; è più difficile, invece, accettare una fatalità, arrendersi all’idea che certe tragedie si sarebbero potute evitare se solo chi di dovere fosse stato più attento – non solo sulla strada, ma anche tra le case, tra i banchi di scuola, nelle famiglie, nei gruppi di amici.
Mondragone è una città intrinsecamente violenta e indifferente; e, in fin dei conti, da questo punto di vista non è poi così diversa dal resto del mondo, per quanto la bolla grigia che la ingloba voglia farci credere il contrario. Eppure, due mesi fa, è successo qualcosa: un’intera comunità si è stretta attorno al dolore di una famiglia che ha perso il proprio figlio troppo presto. L’ha fatto con i messaggi, con le parole su un murale, con dei fiori, ma anche solo con la consapevolezza che vi sia qualcosa di profondamente sbagliato, in tutto questo, e che sia necessario porvi rimedio. Il movimento venuto dal basso è stato breve, poco più di una meteora che ha attraversato il cielo, eppure c’è stato ed è simbolico: quando vogliamo, sappiamo chiedere giustizia; quando vogliamo, sappiamo arrabbiarci e sperare in un futuro migliore.
«Luigi vive», recitano le scritte che ora decorano le mura dello stadio comunale, ed è vero. Luigi vive non solo nel ricordo di chi gli ha voluto bene, ma soprattutto nella rabbia di chi non riesce più ad accettare che una morte del genere, a sedici anni, sia normale. Perché non lo è.
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