
A quasi 10 giorni dall’inizio degli incendi che hanno divorato il Parco Nazionale del Vesuvio, il simbolo di Napoli è avvolto non più dal fumo denso ma da un silenzio irreale. Oltre 500 ettari di pineta e macchia mediterranea sono andati in cenere. Restano focolai attivi a Terzigno, presidiate da vigili del fuoco e Protezione Civile, che confidano di poter spegnere gli ultimi roghi entro la fine della settimana, quando Canadair ed elicotteri — che hanno sganciato finora quasi 8 milioni di litri d’acqua e liquido ritardante — potrebbero finalmente fermarsi.
Questa non è una fatalità. Ogni estate, in Italia, sappiamo che arriveranno settimane di caldo estremo, vento e siccità. Sappiamo anche che molti incendi sono dolosi e che spesso vengono appiccati in più zone contemporaneamente per complicare i soccorsi. Eppure, il Paese dispone di soli 18 Canadair, un numero insufficiente per un territorio così vasto e vulnerabile.
A questo si aggiunge la quasi totale assenza di piani di prevenzione: nessuna rete capillare di torrette di avvistamento, pochi investimenti in monitoraggio, e una scarsa cultura della gestione del bosco.
La crisi climatica, con i suoi picchi di calore sempre più frequenti, agisce come un moltiplicatore, rendendo roghi già avviati ancora più rapidi e difficili da domare.
Nonostante tutto, centinaia di volontari e volontarie di Protezione Civile sono accorsi anche da altre regioni grazie ai gemellaggi AIB (Antincendio Boschivo), trovando ospitalità al residence dell’Ospedale del Mare di Ponticelli. La loro presenza è stata fondamentale, ma il loro lavoro non dovrebbe mai essere reso necessario da politiche di prevenzione assenti.

Gli incendi come quello sul Vesuvio non distruggono solo paesaggi: cancellano habitat, spezzano catene alimentari e lasciano animali feriti, disorientati e senza risorse. L’ornitologo Rosario Balestrieri ha diffuso un vademecum semplice e concreto per aiutare la fauna colpita:
In molti, soprattutto attraverso i social, si sono chiesti se un incendio di questa portata possa “risvegliare” il Vesuvio. La risposta ovviamente è no: non esiste correlazione diretta tra incendi e attività vulcanica. Il vero disastro è altrove: la crisi ambientale di flora e fauna e il danno d’immagine per un’area che dovrebbe essere un orgoglio naturalistico e turistico internazionale.
L’incendio del Vesuvio è una ferita che resterà visibile per decenni. È anche lo specchio di un Paese che corre dietro alle emergenze, ma fatica a prevenirle. Dal devastante rogo del 2017, la flora stava appena ricominciando a riprendersi, con timidi segni di rinascita tra cenere e rocce vulcaniche. Oggi quelle tracce di vita rischiano di essere cancellate di nuovo. Servono più mezzi, più sorveglianza, più cultura del territorio. E serve una mobilitazione costante, non solo quando il fumo si vede da lontano, come in questi giorni, in cui la tragedia è stata visibile persino dal sito di Copernicus, la costellazione di satelliti europei per il monitoraggio della Terra. La natura ferita del Vesuvio non può aspettare. E nemmeno noi.

A Palazzo Santa Lucia è stata presentata la 64esima edizione del Giro di Campania, alla presenza dell’Assessora allo Sport...
La Costiera Amalfitana brucia ormai da giorni. Tra la devastazione e le fiamme alimentate dai forti venti, si lavora incessan...
Il 16 settembre 2026 sono stati ultimati i lavori riguardo il restauro dell’edicola votiva di San Gennaro, situata in piazz...
Come ogni mese torna la nostra rubrica culturale “Leggere che passione”, ecco i due libri consigliati ai nostri lettori. ...