
Il ritiro degli indumenti usati, talvolta a domicilio, è diventato una pratica virtuosa che permette di dare nuova vita a vestiti che, per diverse ragioni, non sono più necessari. Dal 1° gennaio 2025, tutti i Paesi dell’Unione Europea sono obbligati ad adottare la raccolta differenziata per i rifiuti tessili, al fine di intercettare la maggior quantità possibile di materiale tessile e, anziché avviarlo alla discarica, recuperarlo e riciclarlo per riutilizzarne le fibre. L’Italia aveva anticipato nel 2022 l’iniziativa dell’Ue introducendo a propria volta la raccolta differenziata per i rifiuti tessili, obbligando i cittadini a conferire gli abiti usati nei contenitori appositi. In questo modo, si dovrebbe garantire una maggiore circolarità dell’economia limitando l’incremento delle discariche nei Paesi del Sud del mondo, soprattutto in Africa, che sono sempre più sovraccariche a causa dell’espansione del fenomeno del fast fashion.
In Italia il decreto legislativo n. 152/2006, denominato “Testo Unico Ambientale”, ha determinato le modalità previste per il riciclo degli indumenti usati, delineandone le operazioni determinanti per il raggiungimento dell’idoneità al riutilizzo. Gli indumenti usati, dopo la raccolta, vengono sottoposti a un processo di selezione, cernita e igienizzazione all’interno di impianti autorizzati. Al termine di queste operazioni, i capi sono pronti per essere immessi nel mercato del riuso e del riciclo, con una quantità minima di scarti destinati allo smaltimento. Nel dettaglio, il recupero degli indumenti segue tre fasi principali: la selezione dei capi da destinare al riutilizzo o al riciclo, accompagnata da una successiva cernita in base alla tipologia; un’accurata selezione manuale per differenziare gli indumenti secondo la loro qualità, creando così lotti il più possibile omogenei e di valore; e l’igienizzazione dei capi, necessaria per garantirne le condizioni per la commercializzazione.
Nonostante le direttive comunitarie, emergono ancora valori percentuali significativi riguardo lo smaltimento dei rifiuti tessili, che, in Europa, nel 78% dei casi sono inceneriti o destinati alle discariche. Percentuali che in Italia arrivano all’81%, secondo ISPRA. Tuttavia, in Italia si sono affermate realtà che sono riuscite a sviluppare filiere di riciclo altamente efficienti, riducendo al minimo gli sprechi e i materiali di scarto. I risultati favoriscono la reintroduzione degli indumenti usati nel mercato, rafforzando il settore del vintage e dell’usato, che sta guadagnando sempre più apprezzamento tra i consumatori.
La diffusione del fast fashion, che offre ai consumatori la possibilità di acquistare vestiti a prezzi estremamente bassi, comporta uno sfruttamento senza precedenti dell’ambiente e delle persone. L’accesso a un numero sempre maggiore di capi a prezzi contenuti è diventato una prerogativa del nostro tempo. Tuttavia, il continuo acquisto di nuovi prodotti porta inevitabilmente a uno sfoltimento dei guardaroba, con il conseguente aumento dei rifiuti tessili e delle emissioni di carbonio legate al loro trasporto. Le conseguenze di questa pratica, che sfrutta sia i lavoratori che le risorse dei Paesi produttori, sono devastanti, spesso invisibili per noi occidentali, ignari dei danni provocati dalla nostra ingordigia.
Le ripercussioni di questa pratica barbara sono subite dagli stessi paesi in cui si produce. Infatti, una volta che i vestiti sono stati prodotti, ritornano nei paesi di produzione come rifiuti che, secondo il rapporto di Greenpeace, sono nel 95% dei casi in Africa e Asia. La situazione in quei territori è peggiorata negli ultimi vent’anni. I paesi martoriati da questa piaga sono i soliti, i più poveri sfruttati dalle grandi multinazionali. Si parla quindi di Kenya e Ghana in Africa, India e Pakistan in Asia, ma anche di Sud America ed Europa con Cile e Romania. Invertire la rotta è ancora possibile, ma ci sarà un cambiamento netto solamente quando si raggiungerà la piena consapevolezza dei consumatori attraverso una maggiore trasparenza da parte delle aziende.
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