
Attraversare l’inferno a spalle strette e testa bassa, scrutare a fondo le proprie paure e i propri demoni, scandagliandone i luoghi oscuri e i sentieri tortuosi, toccarne il fondo più oscuro di ghiaccio infuocato e poi, improvvisamente, ritrovarsi in superficie. Nel mezzo del cammin della propria vita, negli anni della più florida giovinezza o di una nostalgica vecchiaia, la coscienza presenta prima o poi il proprio conto a ciascun uomo, accidente di un’umanità troppo spesso dimentica di essere tale, che non può far altro che pagarlo, scendendo a scrutare a tu per tu il proprio abisso interiore.
È curioso pensare al modo in cui l’uomo, da secoli, raffigura l’Inferno: un cono rovesciato con la punta all’ingiù, luogo di dolore e pene eterne, strumento perfetto per manipolare l’intera umanità terrificandola con l’idea di un Aldilà di infelicità e dannazione, castighi e sofferenze, una condanna alla morte eterna perfetta per distogliere dalle morti in vita. Morti causate dall’alienazione, dall’abbandono, dalle ingiustizie, dalla crudeltà, un precipitare improvviso nelle viscere dell’inferno ad occhi spalancati e sensi all’erta, verso un destino senza via d’uscita.
“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà” scriveva Italo Calvino: a qualche anno di distanza, questa massima quantomai attuale trova piena espressione in “Inferno” di Jean Claire, una mostra magistrale allestita presso le Scuderie del Quirinale per celebrare Dante a settecento anni dalla sua morte e il suo straordinario viaggio nel mondo dei dannati, in quella città dolente che nel corso dei secoli l’umanità ha costruito e abitato, attraversandola in vita per timore di precipitarvi in morte.
Sculture, quadri, manoscritti miniati e splendide illustrazioni accompagnano il visitatore in un viaggio dallo straordinario potere evocativo, in un groviglio di sensazioni ed emozioni difficili da sviscerare: dopo aver superato la straordinaria Porta dell’inferno di Rodin il visitatore viene traghettato da La Barca di Caronte di Josè Benliure Gil per poi ritrovarsi avvinto dal vortice dei lussuriosi, sconcertato dalla violenza a cui assistono i Dante e Virgilio di William-Adolphe Bouguereau, in uno dei capolavori più iconici della tradizione figurativa della Divina Commedia. Passo dopo passo, gradino dopo gradino, il visitatore si ritrova a scandagliare le idee di Inferno, demonio e tentazione susseguitesi e alternatisi nel corso della storia: ricchezze, denaro, potere, con le sembianze di mostri terrificanti e crudeli o di morbidi corpi di meravigliose donne, in piena linea con la tradizione cristiana più oscurantista e misogina, fino a giungere alla traslitterazione dell’Inferno sulla terra. Il lavoro di massa alienante e massacrante delle Rivoluzioni Industriali, in condizioni disumane e dimentiche di qualsiasi barlume di civiltà, la follia, l’incapacità di ritrovare il proprio essere e il contatto con la realtà, il logorio della guerra di trincea, i volti sfigurati dei soldati partiti per inseguire un ideale e mai più tornati. I totalitarismi, le deportazioni, i lager, l’incredulità di fronte alla crudeltà di uomini desiderosi di creare paradisi terrestri diventando l’Inferno di altri. “Meditate che questo è stato” è il monito di Primo Levi, con il suo dolore dilaniante e silenzioso: è stata la fine dell’uomo, dell’umanità, del mondo. E lo è ancora: l’umanità muore ad ogni singolo voltarsi per fingere di non vedere, di non sapere.
E poi, le stelle. Le stesse che Dante si ritrova a scrutare alla fine di ogni Cantica, la luce di salvezza eterna ancora capace di irradiare l’umanità col suo splendore, di risollevarla verso l’idea di eterno per farle comprendere quanto, in fondo, sia piccola e indifesa rispetto all’immensità del cosmo, rispetto all’infinito.
«Scendere agli inferi è facile: la porta di Dite è aperta notte e giorno; ma risalire i gradini e tornare a vedere il cielo, qui sta il difficile, qui la vera fatica».
«E quindi uscimmo a riveder le stelle».
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