
L’inflazione risale, la spesa cresce, la povertà dilaga. Mentre le statistiche rassicurano, i cittadini contano i centesimi davanti agli scaffali. A giugno 2025, secondo l’Istat, l’inflazione è salita all’1,7% su base annua, in leggero aumento rispetto all’1,6% di maggio. Ma la vera notizia è che il carrello della spesa – quello fatto di pane, pasta, latte e frutta – è aumentato del 3,1%. Un dato che, tradotto, significa: paghiamo di più proprio per ciò che ci serve ogni giorno.
Nel frattempo, oltre sei milioni di italiani vivono in povertà assoluta (dati Istat 2025), mentre undici milioni rischiano l’esclusione sociale. Numeri da emergenza, ma trattati spesso come se fossero semplici note a margine.
La spesa di tutti i giorni è sempre più cara, e non è un’impressione. L’Istat conferma che a giugno:
Anche uova, frutta fresca, gelati e cioccolato seguono la stessa direzione. Aumenti che vanno ben oltre l’inflazione generale e colpiscono i beni che le famiglie acquistano con più frequenza. E se il caffè del mattino diventa un lusso, non è per colpa del barista: è l’intero sistema che continua a scaricare il peso della crisi sul consumo di base, quello che non si può evitare.
Il paradosso è che la cifra ufficiale dell’inflazione, quell’1,7%, sembra raccontare un paese quasi tranquillo. Ma chi va a fare la spesa sa bene che i prezzi non aumentano in media: aumentano dove fa male, nel carrello, nel frigorifero, sulla tavola. Secondo l’Unione Nazionale Consumatori, una famiglia con due figli spenderà oltre 600 euro in più all’anno solo per mantenere gli stessi acquisti alimentari dello scorso anno. Un rincaro che arriva anche a 350 euro solo per il cibo, senza contare altri beni essenziali.
Nel suo rapporto annuale, l’Istat sottolinea che l’Italia è un paese sempre più anziano, diseguale e fragile. Il numero delle persone a rischio povertà o esclusione sociale è in crescita, così come il divario tra chi ha e chi sopravvive.
Ma questo quadro viene spesso annacquato da un linguaggio tecnico che non restituisce il disagio reale. Parlare di “1,7% di inflazione” mentre la pasta costa di più e le famiglie tagliano anche sul pane suona come una presa in giro, più che una rassicurazione.
In Campania, paradossalmente, l’economia ha mostrato segnali di vitalità. Secondo Banca d’Italia e SRM, nel 2024 il PIL regionale è cresciuto dell’1,2%, sopra la media nazionale (+0,7%). Ma questa crescita non si riflette nel portafoglio delle famiglie. A Napoli, l’inflazione ha toccato il 2,3% a maggio, una delle più alte d’Italia.
La disoccupazione giovanile, in Campania, resta altissima: oltre il 29% secondo l’ultimo rapporto SVIMEZ. In altre parole, si produce di più ma si guadagna uguale o meno, e i prezzi aumentano. A farne le spese sono le famiglie del Sud, spesso già in difficoltà, che vedono salire la spesa alimentare più in fretta dei salari, mentre i servizi sociali restano carenti.
L’Istat conferma che il potere d’acquisto delle famiglie italiane è in calo costante. Dal 2019 a oggi, il reddito reale medio è sceso di circa il 10,5%. Dal 2008, siamo l’unico Paese del G20 dove gli stipendi sono addirittura diminuiti in termini reali. Chi ha uno stipendio basso, un contratto precario, una pensione minima, oggi affronta aumenti invisibili ai grafici ma devastanti nella pratica.
E così, in un’Italia dove l’inflazione è “moderata”, sempre più persone si ritrovano a dover scegliere tra fare la spesa completa o pagare una bolletta, tra carne una volta a settimana o pasta tutti i giorni. Il governo parla di inflazione “contenuta”, e forse tecnicamente è vero. Ma la realtà è un’altra: per milioni di italiani, contenere la spesa è diventato un esercizio quotidiano di sopravvivenza.
C’è chi smette di comprare carne, chi taglia sui medicinali, chi non va in vacanza da anni. Il tutto mentre si annunciano “dati positivi” e si brindano crescite che non riempiono i piatti, né le tasche. Finché la ripresa rimarrà solo un concetto nelle slide, e il carrello della spesa continuerà a svuotarsi anche quando dovrebbe riempirsi, l’inflazione non sarà solo un problema economico, ma un fallimento sociale.
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