
Nelle ultime settimane, anche e soprattutto in vista del referendum sulla separazione delle carriere, abbiamo assistito a diversi casi di“censura social”, in cui video di attivisti o voci autorevoli (come nel caso del video del professor Barbero, in sostegno del no) sono stati eliminati o limitati perchè considerati non veritieri da “fact-checker indipendenti”. A quel punto la macchina social si è attivata con dichiarazioni di solidarietà di partiti, attivisti e movimenti. Lungi da me ritenere corretto ciò che è stato fatto ai danni di determinati soggetti, risulta però essere di vitale importanza la necessità di chiarire che il presupposto sul quale i più si basano per giudicare ciò che è accaduto è errato. Il dibattito pubblico, in effetti, ha evitato di toccare un punto cruciale da tener presente rispetto alla suddetta “censura”: i social non sono un luogo pubblico, nè tantomeno democratico, e dobbiamo farcene una ragione.
Pur avendo tutti un profilo social, dai più grandi ai più piccoli, il bias di cui siamo vittime ci porta a ritenere che la rete sia un luogo democratico solo perché, almeno a livello teorico, concede a tutti libertà di espressione e la possibilità di rivolgersi ad un bacino pressoché sterminato di utenti. Ma sono i fatti a smentirci.
I social non sono altro che piattaforme private -proprio come lo sono i beni, le case, gli appartamenti, i locali – che hanno proprietari ben precisi, di cui conosciamo spesso i nomi, la storia e le mire economiche, sulla base delle quali dettano una linea ad un algoritmo sviluppato ad hoc per garantire il mantenimento di determinati interessi. Non è certo un caso se gli attivisti che hanno denunciato il genocidio palestinese non abbiano potuto il più delle volte avuto modo di esprimersi, a causa della limitazione della visibilità di determinati contenuti. I social sono semplici e moderni strumenti di potere, e agiscono in quanto tali.
L’errore commesso dalla società digitalizzata è quella di eguagliare il social alla piazza, nel senso concreto del termine, senza comprendere che la “piazza social” non è altro che il frutto di un algoritmo che calcola ciò che è di nostro interesse, ciò che crea più sdegno, permettendoci di interagire pressoché unicamente con chi ha un feed simile al nostro. Invece la piazza, quella reale, appartiene empiricamente a tutti e ciò comporta la possibilità di incontrare soggetti e identità completamente opposti o, al contrario, omogenei alla propria, ma in potenza permette di relazionarsi con chiunque e non prevede la possibilità (esclusa quella dell’uso della forza fisica) che un organismo terzo decida di farci divenire, anche solo temporaneamente, invisibili, prerogativa caratterizzante invece, dei social.
Ne parla in maniera egregia il filosofo sud coreano Byung-Chul Han, nel breve saggio “Infocrazia. Le nostre vite manipolate dalla rete“. Essendo basato tale algoritmo su ciò che ci piace, esso si associa alle nostre idee, creando uguaglianza fra ciò che sosteniamo e ciò che siamo, ossia la nostra identità, ed è lì che la società, ormai basata sull’infocrazia, perde.
La difesa della propria idea diventa difesa della propria identità, creando un microcosmo che esula in tutto e per tutto dalla realtà, un mondo in cui ciò che vediamo ogni volta che accendiamo uno schermo è un gruppo massiccio di persone che la pensano al nostro stesso modo, quando invece, probabilmente, al di fuori di quello schermo, nella “piazza” la stragrande maggioranza di persone risulta essere in disaccordo con noi. Gli esseri umani “si attengono spasmodicamente alla propria opinione, perché altrimenti si sentirebbero minacciati nella loro identità”. E i social sotto questo punto di vista risultano essere estremamente rassicuranti.
Oltre all’illuminante riflessione di Byung-Chul Han, che invito il lettore ad approfondire, ritornando sul tema principale, è incontestabile che la censura subita da Barbero ed altri in questi mesi sia basata sull’esercizio di un potere coercitivo, volto a zittire chi esprime dissenso o un pensiero divergente dalla massa, ma è obbligatorio, non semplicemente “utile” comprendere che ciò sia una diretta conseguenza dello spazio in cui l’essere umano ha deciso di spendere la propria vita da 25 anni a questa parte: lo spazio social. Ecco che uscendo dalle dinamiche che ci incatenano ad appiattire il dialogo spostandolo solo sulle piattaforme private e digitali, si trova la soluzione al problema. Il ritorno “alle origini”, alla piazza, alla materia, è l’unico vero strumento che ci resta per rinvigorire un sistema democratico sempre più fragile e riottenere quella piccola voce che dal 2001 ha conosciuto solo il silenzio.
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