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Cultura

COPERTINA - Mauro Felicori «La nostra riforma funziona. Caserta difenda questa esperienza»

Redazione Informare
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31 maggio 20177 min di lettura

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“Un buon cittadino non trascura i pubblici affari quando attende le proprie faccende. Ma in nessun caso si avvale delle pubbliche cariche per risolvere le questioni private” diceva colui che riuscì ad attuare la prima forma di democrazia al mondo, l’ateniese Pericle.  A tal proposito, Mauro Felicori, nella sua attività di Direttore della Reggia di Caserta, patrimonio dell’umanità, incarna alla perfezione tale figura. Non è certo un compito facile. Perché, al di là del ruolo simbolico della sua carica, c’è un altro aspetto altrettanto fondamentale che Felicori conosce bene: «Un buon direttore deve saper tutto, è un mestiere pluridisciplinare».

Mauro Felicori dal primo giorno del suo incarico non si è seduto su una comoda poltrona “vista Parco Reale”, ma si è letteralmente accorciato le maniche e si è messo a lavorare come un normale dipendente dello Stato. È proprio così, indaffarato, che lo troviamo quando raggiungiamo il suo ufficio, ubicato in quella che fu la residenza dei Borbone, commissionata da Re Carlo all’architetto Luigi Vanvitelli nel 1752.

Felicori ha definito molte volte il Bene Culturale come un’azienda. A tal proposito preferisce rapportarsi con il museo mediante cifre, obbiettivi, incassi e tutte le preoccupazioni del grande dirigente. A parlare sono i numeri: in un anno la Reggia ha visto incrementare il numero di visitatori del 37%. Ma alle grandi cifre, ormai, il direttore della Reggia è abituato. Basti pensare, per esempio, al record dello scorso 17 aprile, il giorno di Pasquetta, con ben 8.541 presenze turistiche raggiunte quando da venticinque anni era precluso l’accesso al Parco Reale, in seguito agli atti vandalici verificatisi. Quest’anno, invece, è andato tutto benissimo: non vi è stato alcun episodio di inciviltà e il tutto è stato monitorato dai custodi e dalle forze dell’ordine, che hanno avuto anche l’elogio del direttore stesso. Dietro la perfezione e l’armonia di una maestosa opera architettonica, ci sono innumerevoli pezzettini di puzzle che devono essere incastrati in maniera certosina affinché possa realizzarsi. «La prima difficoltà è interna – ci spiega Felicori – i lavoratori della Reggia devono ripensarsi ed adeguarsi ad un nuovo spirito. Non c’è abitudine a fare squadra, neanche nei rapporti con le istituzioni. Il mio vero obiettivo è quello di creare un’orchestra che suoni senza direttore, ma per poterlo fare bisogna creare persone che si percepiscano l’uno con l’altro». Non sono parole di condanna, ma di una persona che crede in ciò che ama. Il suo non è pessimismo, è impazienza.

 

Immagine articolo
Da sx: Alessia Giocondo, Teresa Lanna, Mauro Felicori, Raffaele Gala, Gabriele Arenare

 

Ci parla del progetto “Sistema Caserta”, fondato sull’idea di creare un’unità tra le istituzioni e le forze sociali in vista del futuro della città, con il proposito di «far parte di una maturità democratica di cui fanno parte la diversità di idee, la critica ed anche l’autocritica». La sua speranza è che la Reggia diventi un esempio da seguire, nel senso che ogni realtà di Caserta e del casertano cominci a porsi degli obiettivi di miglioramento, dei traguardi di sviluppo. Affinché i beni culturali diventino traino di sviluppo, di economia, e produttori di ricchezza e lavoro, bisogna cominciare a muoversi con uno spirito imprenditoriale: investire sul territorio, creare dei sistemi di collegamento tra le varie zone meno servite dal turismo, aumentare i servizi, dare soprattutto le motivazioni e le condizioni a quei 700.000 visitatori annuali della Reggia per fermarsi più giorni. «Quella notte vale oro. Se dei nostri 700.000 il 20% resta, sono 140.000 pizze, 140.000 mozzarelle. Come si fa non vedere tutto questo?» Si sbottona sull’argomento, quasi come se ogni volta che se ne ricordi, non riesca a pensarci e rimanga incredulo. «Se nella vita non ci si pongono dei traguardi, come è possibile progredire? – riflette Felicori, che aggiunge orgoglioso – mi sono posto l’obiettivo del milione di visitatori alla fine del mio mandato, ed è certo che lo raggiungerò». Il direttore paragona la situazione della Reggia di Caserta alle sorgenti del Fizzo, in cui l’acqua esce a zampilli dal prato. «Abbiamo trovato l’acqua? No, non abbiamo trovato l’acqua, abbiamo preso quello che c’era. I beni culturali sono come una grande sorgente del Fizzo, bisogna incanalarli». Tutto va analizzato e compreso nella sua complessità, ma ci fa riflettere che tendenzialmente si perde più tempo a pensare al problema, piuttosto che accorgersi di avere la soluzione tra le mani.

Per il tempo che occorre a raccogliere ciò che si semina nel quotidiano, un Direttore avrebbe bisogno molto più di quattro anni: «Forse cinque anni sono meglio di quattro, anche se sono convinto che questi sono posti a cui ogni tanto bisogna dare delle truppe fresche. Un buon Direttore in 5 anni lascia il segno. Quando ci sarà un altro Direttore, spero l’opinione pubblica pretenda la continuità nel tempo. La vera scommessa si basa sul fatto che chi viene dopo di me sia selezionato con un concorso pubblico e pulito». Il Direttore, poi, si rivolge ai giovani, soffermandosi sul rapporto scuola/lavoro. «Tra la scuola ed il lavoro c’è un abisso. Nelle esperienze scuola/lavoro che si fanno alle superiori io dico sempre a tutti di essere più esigenti. Gli studenti, se i nostri funzionari non sono attenti, devono lamentarsi, ma a loro volta, anche i miei funzionari se gli studenti vengono qui con l’aria da vacanza che ogni tanto vedo, devono essere più severi, per far comprendere ai ragazzi l’importanza di un’esperienza simile. Imparare a lavorare assieme, imparare a sopportare un capo che non ti capisce o che non ha stima del tuo lavoro. Imparare a sopportare un collaboratore o tutte le dinamiche di un’azienda, sono gli ingredienti per un lavoro di successo, ma anche capacità che si acquisiscono con l’esperienza».

Lui, bolognese nel sangue, è riuscito a guadagnarsi la simpatia della maggior parte dei casertani e della Campania in generale, noi che per indole, diciamolo pure, siamo di solito scettici nei confronti di qualsiasi cambiamento. «L’affetto di cui godo dei casertani è per me un incoraggiamento – ci dice riguardo quelli che sono, adesso, i suoi stessi concittadini – ho voglia di mettermi in gioco, di dimostrare che la riforma funziona, in modo che Caserta difenda queste esperienze».

Mauro Felicori è un grande fan di Caserta e del patrimonio culturale della nostra regione: una persona molto simpatica ed autoironica, nonché straordinariamente semplice: «Io colgo ogni occasione per promuovere la bellezza che abbiamo nel nostro paese. Quando vado in giro a visitare posti nuovi, ad esempio, faccio foto e le pubblico sul mio profilo Facebook, comprese quelle dei piatti che mangio. Per prima cosa, infatti, m’informo sui locali in cui si mangia bene senza spendere tanto». E, guardando i nostri volti colti da stupore dato da così tanta normalità, afferma: «In nome di quale intellettualismo devo far finta che non m’interessino le cose più triviali, come il fatto di mangiare bene? Un intellettuale deve soffrire?».

I beni culturali sono una risorsa che, come dimostrato da Felicori, non deve essere solo osservata. Questi vanno vissuti e vanno adoperati, in questo modo intere zone possono essere riqualificate e migliorate, grazie anche ad una rete economica che geneticamente tendono a creare.

L’idea alle spalle della Reggia di Caserta deve essere un esempio per la crescita imprenditoriale in vista di un’utilizzazione culturale che favorisca sé stessa, in primis.

 

di Teresa Lanna, Raffaele Gala e Alessia Giocondo
Servizio fotografico a cura di Carmine Colurcio

Tratto da Informare n° 170 Giugno 2017

Tags
  • #cultura
  • #mauro felicori
  • #reggia di caserta
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Magazine mensile, gratuito, di promozione culturale edito dal "Centro Studi Officina Volturno", associazione di legalità operante in campo ambientale, sociale e culturale.

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