
«Quando sei una bambina orfana diventi una preda facile. Io lo so perché ci sono passata». La vita di Yogita Moon, presidente della Ong indiana Shikshangram – Shelter for Children, è fatta da un passato di dolore che è riuscito a trasformarsi in impegno. Shikshangram è una casa rifugio per bambini di strada, ospita più di 160 tra bambini e adolescenti nel villaggio di Malavli, nella periferia di Pune. I due ostelli che accolgono i bimbi confinano col territorio della Foresta. «Amo cacciare i serpenti, sono creature così interessanti» – mi dice Harshu mentre ne consegna uno piccolissimo alla mia mano tremante e bianca. D’altronde Harshu è cresciuto in quel contesto, anche lui era un bambino di strada senza genitori, costretto a vagare per i villaggi e ad imparare la matematica con l’elemosina. Oggi ha 18 anni e grazie a Shikshangram è cresciuto in un luogo sicuro e attento alla sua formazione, tanto da essere stato assunto dalla stessa Ong come addetto alla comunicazione. Ne ho sentite tante di storie come quella di Harshu durante la mia esperienza nel villaggio di Malavli. Anche Yogita e suo marito, Satish, sono orfani cresciuti in un rifugio per bambini di strada. Dopo il matrimonio, senza pensarci neanche un attimo, decidono di dedicare tutta la loro vita ai bambini di strada. Aprirono un primo piccolo ostello 17 anni fa, per poi vivere un’evoluzione entusiasmante che continua. 160 bambini ogni giorno ricevono pasti caldi, stanze e spazi in cui giocare, trasporto scolastico e l’amore di educatori che si sono stretti in una piccola famiglia.

«Hi, Sir!». Arien ti sorride, ti saluta e poi piange, ma solo perché vuole venire in braccio. È il più piccolo di tutti, solo 2 anni, ed è arrivato pochi giorni prima di me. Per entrambi si trattava di un contesto nuovo. Io venivo da Capodrise, un comune piccolissimo del casertano, mentre Alien viene dalle tende che si trovano sotto i ponti e che sono il rifugio temporaneo di tante famiglie. Il piccolo Airen non ha genitori, ma uno zio che ha “preso” la sua responsabilità, che però non può provvedere a sostenere economicamente il piccolo. Per chi versa in condizioni di povertà estrema, un bimbo grazioso come Arien può provvedere alla raccolta delle elemosine e infatti così era, almeno fino all’arrivo di Shikshangram.
«I bimbi di strada sniffano colla o bevono benzina per non avvertire la fame». Yogita mi racconta, ma non è un dettaglio che ha sempre saputo. Alcune delle adolescenti che in passato sono state al rifugio le hanno raccontato dei metodi per non sentire appetito; qualcuna è scappata perché non riusciva ad affrontare le conseguenze della dipendenza. Parliamo di ragazzine di 12 anni. Ma da dimenticare non c’è solo il senso di vuoto allo stomaco. Quando una bambina è senza genitori, i malvagi del villaggio (o dei sobborghi) lo sanno. L’informazione gira e in poco tempo si sa che c’è una bambina sulla quale nessuno può rivendicare la “responsabilità”. È così che diventa una preda per la soddisfazione dei viscidi bisogni sessuali di estranei, o peggio, di familiari alla larga.
La mole di ragazzine abusate nelle periferie indiane è un dato sommerso che è difficile conoscere, così com’è ancor più inaccessibile quello relativo alle dinamiche in corso nei villaggi, compresi quelli tribali. Come avrete ben capito, l’attività di Shikshangram è straordinaria e oggi viene portata avanti anche dal figlio di Yogita e Satish, Yashas; eppure, un piccolo dettaglio mi incuriosisce. Quando passa il bus con i ragazzi, le facce degli abitanti del villaggio sono diffidenti. La strada per arrivare al centro dell’Ong è dissestata e un camioncino stracolmo di rifiuti fa d’ombra ad un bambino che fa la cacca, tutto a pochi passi dall’entrata degli ostelli. «Yogita, ma perché il villaggio sembra disprezzarvi?» – chiedo incredulo. «Sono invidiosi perché noi siamo Intoccabili e gli Intoccabili non possono avere successo».

Per capire la risposta di Yogita dobbiamo partire da una premessa: l’India è una patria forgiata dalla religione Induista, un credo affascinante ma che ha contribuito ad una divisione in “caste” precisa e spaventosa. Nel mito indù, Brahmā (l’aspetto creatore di Dio) modella l’umanità dal proprio corpo, e da quel gesto prende forma una gerarchia (o delle caste): dalla testa nascono i brahmini, custodi della conoscenza e sacerdoti; dalle spalle i kshatriya, guerrieri e governanti; dalla coscia i vaishya, agricoltori e mercanti; dai piedi gli shudra, i servitori. Fuori da questo ordine, definito savarna, restano gli avarna, i dalit, indicati per secoli come “paria”. Lavori legati alla nascita e alla morte, o al contatto con la sporcizia, li hanno marchiati come “impuri”: trattati peggio degli animali, esclusi dalle strade, dalle fontane, dai templi e relegati ai margini dei villaggi.
Venivano definiti “Intoccabili” perché non andavano neanche sfiorati tanto del ribrezzo che provocavano agli induisti. Una casta odiata e perseguitata, che ancora oggi vive quelle dinamiche all’interno dei villaggi. Dopo l’indipendenza dall’Impero Britannico, Bhimrao Ramji Ambedkar, illustre economista e filosofo “intoccabile”, decide di creare un movimento per la rivendicazione dei diritti di questa casta. Un politico di elevatissima caratura, così bravo da essersi reso indispensabile anche per il Marhajà dell’epoca, nonostante tutti gli ostacoli posti dalla sua condizione di “intoccabile”. Ambedkar è uno dei personaggi illuminati della Storia. Le sue posizioni si scontravano apertamente con quelle di Gandhi, baluardo induista, che non ha mai sposato acclaratamene la causa degli “intoccabili” contro la vergogna del codice Indù. Ambedkar si rifiutava di chiamarlo Mahatma (“grande anima”). Ma come liberare milioni di schiavi da una tradizione così intrisa nel tessuto sociale? Come scongiurare per sempre il ripristino di quel codice Indù? Ambedkar decise di dare agli “Intoccabili” una nuova religione, invitandoli ad abbandonare per sempre l’induismo. “Sono nato indù, ma non morirò da indù”. Sono le celebri frasi proferite nell’ottobre del 1956 a Nagpur, luogo in cui avvenne la cerimonia di conversione di massa. La religione scelta da Ambedkar doveva svincolarsi dal concetto di divino, conservando le capacità di un rigore morale volto alla difesa dei più deboli. Dopo averle studiate tutte, Babasaheb (così veniva chiamato) non ebbe dubbi: il buddhismoera la strada.
Ecco perché oggi una buona fetta della popolazione indiana è buddhista, ma soprattutto ecco come un’intera classe di oppressi è riuscita a liberarsi. Purtroppo, la discriminazione continua nei villaggi e da parte delle autorità locali, ma la storia della famiglia Moon ci dimostra che tutto è possibile, anche in un piccolissimo villaggio a ridosso della foresta.


Io non posso che essere grato di aver fatto parte di questa storia, anche solo per poco. La comunità mi ha accolto meravigliosamente, tra tutte le autorità militari accorse per la Festa dell’Indipendenza, che ho omaggiato nel corso di cerimonie e visite presso i centri di formazioni di giovani per l’ingresso nelle scuole di Polizia. Durante la visita presso la Raje Career Acadamey di Satara, la familia Patankar, proprietaria della scuola di formazione, ha celebrato la mia presenza con una piccola festa tradizionale, invitandomi a piantare un albero nel centro di formazione per rendere indelebile il ricordo di quel giorno. Un’accoglienza che porterò sempre con me. E ora, mentre scrivo, noto che i tratti colorati del mehndi (hennè) sono ancora distinguibili sul palmo della mia mano. Cosa mi resta? Cosa posso buttare? La storia degli “Intoccabili”, l’abbraccio di Arien, l’impegno di una famiglia che ha deciso di non scalare la vetta della ricchezza, la consapevolezza che sono vivo solo quando denuncio il sopruso. Grazie India, grazie al volontariato internazionale.
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