
Nel tragitto verso il reparto oncologico dell’ospedale Monaldi di Napoli, la mia mente ha provato ad immaginare cosa sarebbe accaduto di lì a poco. A dire il vero, le mie aspettative non erano affatto rosee. Gran parte di quella negatività derivava dall’immaginario comune degli ospedali, sempre percepiti come luoghi grigi e ostili. I pensieri andavano all’angoscia che certamente avrei trovato negli occhi dei pazienti e del personale sanitario, probabilmente restio a rilasciare dichiarazioni di ogni tipo. Mentre i pensieri si accavallano l’uno dopo l’altro, arrivo al parcheggio dell’ospedale. Scendo dall’auto e mi dirigo verso il reparto.
Alla porta che lo separa dal mondo esterno incontro la dottoressa con cui avevo preso appuntamento, Raffaella Manzo, Dirigente psicologa presso U.O.C di Fisiopatologia Respiratoria dell’azienda Ospedaliera dei Colli, che mi introduce nella sala d’attesa. Nel corridoio non mi colpisce tanto il numero di persone presenti, quanto i sorrisi e le chiacchiere scambiate tra pazienti e familiari. Per un attimo sembra di trovarsi altrove. Le pareti, illuminate e colorate, sono animate da quadri, poster e cartelloni che rendono l’ambiente più umano. Stiamo quasi raggiungendo una saletta più silenziosa e adatta all’intervista, quando alla mia sinistra scorgo la famosa campanella: quella che suona quando a vincere è la vita, come un gong nel ring. Finalmente ci sediamo e l’intervista può cominciare.
La dottoressa Manzo si occupa, in particolare, degli aspetti psicologici in oncologia. Aspetti che, ha tenuto a ribadire, sono importanti per il paziente oncologico quasi come la cura stessa. «La diagnosi oncologica rappresenta una frattura improvvisa e profonda nella vita di una persona, un evento che irrompe senza preavviso e sconvolge gli equilibri quotidiani. In un istante ciò che sembrava scontato viene messo in discussione», inizia a raccontare. «Allo smarrimento iniziale seguono spesso emozioni intense e contrastanti: paura del futuro, ansia per ciò che verrà, rabbia per l’ingiustizia della malattia, ma anche incredulità e momenti di negazione. Sono reazioni naturali, che esprimono la difficoltà ad accettare la vulnerabilità del corpo e la percezione di una minaccia concreta alla propria sopravvivenza».
Con il progredire del percorso clinico, questi vissuti si intrecciano con nuove sfide. Il paziente può trovarsi a dover affrontare la perdita, parziale o totale, della propria autonomia, la sensazione di non avere più il controllo sulla propria vita e un progressivo indebolimento dell’autostima. A ciò si aggiungono spesso sintomi ansioso-depressivi, vissuti di isolamento, difficoltà nelle relazioni e, in alcuni casi, un doloroso senso di colpa, come se la malattia fosse una responsabilità personale. Non meno rilevante è il peso che ricade sui familiari, chiamati a convivere con il timore della perdita, con la speranza che si alterna alla paura, e con il faticoso compito di prendersi cura, sostenere e incoraggiare, senza trascurare il proprio dolore. La rete affettiva, che può diventare una risorsa preziosa, rischia talvolta di trasformarsi in un ulteriore spazio di fatica e fragilità emotiva.
«È proprio per rispondere a queste esigenze complesse che nasce la psiconcologia – spiega la dottoressa – Essa offre spazi di ascolto dedicati, sostegno emotivo costante e strumenti pratici per affrontare ansia, dolore e incertezza. Non si tratta di eliminare la sofferenza, perché questo non è possibile, ma di renderla affrontabile, di accompagnare pazienti e famiglie in un percorso che restituisca significato al tempo, anche quando segnato dalla malattia».
Gli effetti positivi della psiconcologia sono visibili passeggiando per la sala d’attesa gremita di persone di ogni età. Infatti, osservando intorno e prestando attenzione ai discorsi scambiati, si notano spesso dei sorrisi e ci si accorge facilmente della nascita di nuove amicizie tra sconosciuti che sono accomunati dalle stesse incertezze. Ovviamente, ognuno vive la malattia al meglio delle proprie forze e chiaramente non si può descrivere un reparto oncologico come un paradiso terrestre. Però, se il reparto è composto da medici e infermieri altamente affabili ed empatici che riconoscono la condizione di sofferenza dei pazienti, possono trasformare la cura oncologica in un percorso facilitato e meno grigio.
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