
22 giugno 2025, Napoli Est. Una raffica di telefonate arriva nella sede dei Vigili del fuoco. Tantissimi cittadini sono preoccupati e sfiancati dall’ennesimo rogo tossico nelle vicinanze. La densa colonna di fumo nero che vedono dalle loro finestre sembra non lasciare scampo ad equivoci. Poi l’epifania improvvisa: la popolazione viene prontamente avvisata che non si tratta di un rogo di rifiuti. È semplicemente una delle tante navi accese al porto che rilascia i suoi aromi. Tutto tranquillo, è la norma. Non è forse un caso, dato l’aneddoto appena raccontato, che si sia acceso man mano il dibattito sull’inquinamento dovuto ai fumi delle navi nel porto di Napoli, tanto da far partire un’inchiesta della Capitaneria di Porto e la Procura di Napoli sul caso. Fare chiarezza sul tema è molto più complicato del previsto. Questo a causa delle diverse o, meglio, opposte narrazioni a cui assistiamo rispetto al problema, che rendono la sua interpretazione (mi permetterete il gioco di parole) molto fumosa.
Da una parte c’è la narrazione istituzionale secondo cui il Porto di Napoli sarebbe addirittura protagonista principale della transizione ecologica, dall’altra le continue voci di associazioni e comitati cittadini che lamentano una situazione gravissima dell’inquinamento dovuto ai fumi delle navi. Come mai c’è questa discrepanza così profonda di punti di vista? Abbiamo provato a capirlo intervistando Anna Gerometta, presidente del comitato Cittadini per l’Aria. Quest’ultimo è stato fautore di uno studio sul porto di Napoli che è stato tra i principali artefici dell’allarme scoppiato in queste settimane. E proprio dal loro studio partono le nostre considerazioni: «A livello europeo e anche extra-europeo, l’Italia è il paese che ha quasi le maggiori emissioni di biossidi di azoto e quindi da navi, da trasporto marittimo, quindi abbiamo veramente un problema perché ci sono navi che evidentemente hanno una vetustà che fa sì che le loro strutture emettano e utilizzino carburanti molto sporchi, senza utilizzare filtri e senza utilizzare sistemi di abbattimento degli ossidi di azoto, motivo per il quale influiscono in maniera molto significativa sulla qualità dell’aria e l’inquinamento all’interno della città, quindi è un problema serio. La popolazione è esposta a sostanze tossiche, tra cui per esempio il black carbon, che è sicuramente un cancerogeno, e quindi i dati dicono che abbiamo un impatto molto serio in Italia che va affrontato».
Dal canto suo, l’Autorità del Sistema Portuale del Mar Tirreno Centrale, nella figura del suo presidente Andrea Annunziata, resta ferma sulla sua linea. Il presidente ha infatti dichiarato: «Le valutazioni dell’Adsp Tirreno Centrale si basano sui rilievi giornalieri effettuati dall’Arpac, e anche gli ultimi dati confermano che lo stato di salute dell’aria del porto di Napoli non è a rischio ed è in linea con quello della città e di tutte le grandi città portuali», puntualizzando che «i rilevamenti effettuati da strutture private non hanno alcun valore ai fini dell’analisi dei parametri di vivibilità ambientale», con un chiaro riferimento allo studio di cui abbiamo poc’anzi parlato.
Ne abbiamo dunque approfittato per una risposta in esclusiva di Gerometta alla netta presa di posizione di Annunziata: «Abbiamo purtroppo dovuto constatare che il sistema di monitoraggio di Arpac è molto confuso. I nostri campionatori passivi sono dei sistemi che certamente sono validi perché vengono utilizzate anche dalle agenzie per l’ambiente, e abbiamo constatato che spesso e volentieri i dati che si scaricano dal sito di Arpac sono molto carenti. C’è da dire che, a fronte del fatto che questi nostri campionatori passivi funzionano bene, quest’anno, quando abbiamo fatto questi monitoraggi, i nostri dati erano molto più alti di quelli di Arpac. Dovremo approfondire come mai c’è questa discrepanza e probabilmente faremo in futuro altri monitoraggi». Parole abbastanza esplicite. Qual è dunque la verità? Che aria stiamo respirando? È davvero una domanda così difficile, nel 2025, per un cittadino napoletano? La speranza è che l’inchiesta faccia chiarezza.
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