
È andato al giornalista Sigfrido Ranucci il premio “Le sociologie per il giornalismo investigativo e sociale”, organizzato dalla Presidenza dalla Commissione Anticamorra e Beni Confiscati del Consiglio Regionale della Campania con l’Associazione Nazionale Sociologici.
Il giornalista ha ritirato il premio ispirato a Robert Ezra Park nella Sala “Caduti di Nassirya”, sita presso la sede del Consiglio Regionale della Campania, al Centro Direzionale di Napoli, nel corso di una cerimonia alla quale hanno partecipato, tra gli altri, la presidente della Commissione speciale Anticamorra e Beni Confiscati Carmela Rescigno, il presidente dell’Associazione nazionale sociologi, Dipartimento della Campania, Domenico Condurro, il procuratore generale della Corte di Appello di Napoli Luigi Riello, il segretario del Sindacato dei Giornalisti della Campania Claudio Silvestri e personalità del mondo accademico.
Il premiato, il giornalista Sigfrido Ranucci, nel corso dell’intervista, ha raccontato di cosa rappresenti per lui il premio, del successo del programma che conduce “Report” e dell’esperienza da scrittore.
«È molto pertinente collegare questo premio al sociale, all’aspetto sociologico. Il giornalismo, se fatto bene, ha un impatto sociologico, deve averlo, soprattutto se tratta temi come quello della criminalità organizzata, delle scelte politiche, della cattiva amministrazione, che hanno un impatto sociologico. Credo che sia una brillante iniziativa, un modo corretto e moderno di affrontare il problema».
«Quella di “Report” è una grande squadra. Un mix straordinario di persone che hanno una loro storia, un background importante, che da decenni lavorano per il programma, che hanno trainato la carretta facendolo diventare un marchio importantissimo a livello nazionale e, ultimamente, anche internazionale con un mix anche di giovani, che rappresentano il futuro.
“Report” non è soltanto un marchio importante per la Rai, ma rappresenta il futuro, perché forse, ad oggi, è l’unica palestra di giornalismo investigativo televisivo, anche dal punto di vista dell’utilizzo dei social. Ci manteniamo rigorosamente alla nostra mission. Siamo una trasmissione che, attraverso i social, fa più movimento nel panorama del giornalismo italiano».
«Le inchieste che hanno segnato la mia carriera sono diverse, a partire dalle prime, quelle sull’uranio impoverito, che oggi è tornato di moda, quelle dove denunciavo l’utilizzo delle armi a fosforo bianco, che ha rappresentato uno scoop a livello internazionale, dopo anni.
È stata importante per la mia entrata in “Report”. Milena, in seguito a quell’inchiesta, aveva visto che, all’interno della Rai, c’era qualcuno che emulava quel suo modo di giornalista. Un’inchiesta realizzata con una telecamerina andando in giro per il mondo. Poi un’inchiesta su una intervista a Paolo Borsellino dove si parlava di canali di riciclaggio».
«Ho scritto un libro, il “Patto”, ho fatto la prefazione ad altri. “Il Patto” rappresenta la trattativa tra Stato e Mafia attraverso il racconto di un infiltrato. Una storia unica, tanto è vero che ha resistito. È un libro scritto nel 2009, pubblicato nel 2010. È arrivato alla diciassettesima ristampa, senza grande pubblicità. È il merito di una forza, della storia intrinseca, della nostra capacità. È stato scritto con il collega Nicola Biondo. Siamo stati visionari, abbiamo individuato un tema che, poi, è diventato centrale nella storia del Paese».
«Il giornalista oggi si trova in un giungla di informazioni, in un’epoca caratterizzata da un flusso ininterrotto di notizie, che impattano sulla vita di ognuno. Se non si ha la lucidità di capirne l’influsso, la profondità, è difficile: occorre avere strumenti per andare nel profondo; conoscenze di bilanci, misure catastali, camerali. Bisogna avere uno sguardo importante che è, per l’appunto, quello del giornalismo d’inchiesta; uno sguardo che si può implementare ed affinare con l’esperienza».
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