
In un momento storico in cui la sanità italiana è chiamata a rinnovarsi profondamente, Agenas, Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, gioca un ruolo strategico nel supportare sia il Ministero della Salute che le singole Regioni. Abbiamo intervistato Giovanni Baglio, UOC Ricerca dell’istituto, per fare il punto su alcune delle sfide cruciali: dalla digitalizzazione dei servizi alla carenza di personale, dai ritardi del PNRR alle nuove ricerche su reumatologia e tumori, fino all’approccio One Health, sempre più centrale per una sanità pubblica sostenibile. Un viaggio tra numeri, esperienze e visioni, in cui emerge con chiarezza l’urgenza di passare dal dato all’azione.
«L’operato di Agenas si pone su un crinale che affaccia su due versanti. Da una parte supportiamo il Ministero della Salute nello sviluppo delle politiche sanitarie e nella valutazione delle performance dell’assistenza sanitaria; dall’altra sosteniamo le regioni nell’organizzazione dei servizi e nella implementazione delle buone pratiche a livello locale. Quindi la nostra istituzione rappresenta, potremmo dire, un unicum nel panorama europeo. Il tipo di ricerca che facciamo si inserisce nel solco della cosiddetta epidemiologia dei servizi, ed è volta principalmente ad analizzare compiutamente la dialettica esistente tra bisogno di salute, domande e offerte di prestazioni sanitarie. Lo facciamo attraverso dei programmi strutturati come il PNE, Programma Nazionale Esiti, di cui sono il direttore scientifico. Agenas, in questo momento, è particolarmente impegnata a monitorare quanto sta avvenendo sui territori per effetto delle norme che stanno introducendo in Italia nuovi modelli assistenziali. C’è poi il grande tema della sanità digitale: lo scenario è quello della introdotto dalla legge 28 marzo 2022, n. 25, che rilancia il fascicolo sanitario elettronico e istituisce l’ecosistema dei dati sanitari. Questo naturalmente apre prospettive molto interessanti, sia sul versante della valutazione e del monitoraggio dei processi assistenziali, sia su quello della ricerca. Immaginate che, quando andrà a regime la digitalizzazione, attraverso il fascicolo sanitario elettronico avremo dati relativi alle condizioni di salute e agli episodi di cura di ciascun individuo, e quindi avremo i numeratori delle possibili misure epidemiologiche. D’altra parte, la messa a punto della nuova anagrafe degli assistiti che il Ministero della Salute sta costruendo ci fornirà i denominatori di queste misure».
«Si tratta di un dispositivo che permette di monitorare i processi sanitari e gli esiti dell’assistenza sanitaria. Valutiamo annualmente circa 1.400 ospedali pubblici e privati attraverso un set di indicatori, circa 200, che permettono di analizzare diversi aspetti della processualità, come la concentrazione della casistica complessa e l’appropriatezza clinico-organizzativa, e naturalmente anche gli esiti. Il PNE è un programma che Agenas ha messo in piedi a partire dal 2012, valorizzando e portando a livello nazionale alcune esperienze significative maturate nei contesti regionali. Altro aspetto importante che monitoriamo attraverso il programma è l’accesso tempestivo a procedure salvavita. L’angioplastica coronarica, per esempio, deve essere eseguita entro 90 minuti dall’arrivo in ospedale, e con il PNE siamo in grado di valutare la quota di casistica a cui è garantita questa tempestività di accesso».
«Il programma di oncoreumatologia si inserisce all’interno di una serie di collaborazioni che abbiamo avviato con la SHRO (Sbarro Health Research Organization) e con il prof. Antonio Giordano, presidente dell’istituto. L’obiettivo di testare la presenza di una correlazione tra l’insorgenza di malattie reumatiche e il rischio di insorgenza di tumori. Abbiamo utilizzato l’archivio delle SDO (Schede Dimissioni Ospedaliere), andando a cercare tutti i pazienti che erano stati ricoverati o che riportavano una diagnosi di malattia reumatica, effettuando un follow up per verificare il rischio di sviluppare dei tumori. Una cosa interessante dello studio è che la nostra analisi permette di cominciare a esplorare le due ipotesi principali che spiegherebbero il legame tra la malattia reumatica e l’incidenza dei tumori. Le ipotesi sono collegate allo stato infiammatorio cronico o alla correlazione con i farmaci, quindi all’utilizzo di terapie che hanno un effetto di immunosoppressione, il quale potrebbe essere un fattore favorente lo sviluppo di tumori. Le due ipotesi sono al momento ampiamente dibattute, ma non c’è ancora un’evidenza conclusiva».
«Le regioni hanno incontrato delle difficoltà. Ci sono chiaramente dei ritardi e, soprattutto, un sistema che deve fare i conti anche con una carenza importante di forza lavoro. Uno dei grandi temi di oggi è il problema derivante dalla carenza di medici, e di personale infermieristico. Questo non aiuta l’implementazione dei nuovi modelli. Si apre adesso una nuova prospettiva, quella dell’interoperabilità dei sistemi con la legge 56 del 2024. Ciò darà un nuovo impulso alle attività di monitoraggio».
«Sulle liste d’attesa le regioni stanno compiendo un grande lavoro per recuperare le prestazioni differite durante il COVID. Tanto per dare un’idea sul versante dei ricoveri, che è quello che presidio direttamente attraverso il pne, abbiamo avuto nel triennio 2020-2022 circa 3.800.000 mila ricoveri in meno rispetto ai livelli del 2019. Una parte di questi ricoveri forse era inappropriata, ma l’entità della riduzione capire come in realtà l’intero sistema abbia rallentato con il Covid. Pensate al grande tema degli screening oncologici, che soprattutto nel primo lockdown hanno avuto una contrazione del 50%. In quasi tutte le regioni queste attività si sono all’epoca fermate perché i dipartimenti di prevenzione erano impegnati nelle attività di contact tracing. Tutta la quota di diagnosi ritardate e di interventi differiti chiaramente adesso determina la necessità di riprendere queste attività. Tra l’altro, il tema del differimento dei ricoveri programmati avrà presumibilmente anche un impatto a livello di sopravvivenza a medio e lungo termine. Si tratta di un altro filone di attività che vorremmo, proprio nella prospettiva di questa collaborazione con il professor Giordano, approfondire».
«Il tema del One Health è centrale. Durante il Covid eravamo costretti a rispettare le misure di isolamento, di distanziamento sociale, di protezione delle vie aeree. Ebbene, proprio in quel momento abbiamo compreso quanto la nostra salute dipenda dal mondo circostante, cioè abbiamo sperimentato sulla nostra pelle l’autenticità della prospettiva One Health. Oggi sappiamo che gli effetti del Covid sono stati influenzati sia da un alterato equilibrio uomo-ambiente, quanto da un alterato rapporto uomo-uomo all’interno di società disuguali. Credo che questa sia stata una grande lezione, quindi mi sento di essere ottimista rispetto alla prospettiva. Abbiamo capito che siamo dentro un mondo complesso, in cui le relazioni che ci legano all’ambiente naturale e alla dimensione sociale, alle nostre città, ai nostri territori, sono decisivi per la sopravvivenza dei singoli e delle comunità. Parlando anche con Antonio Giordano, l’idea è di fare emergere i differenziali tra i diversi territori, soprattutto con il focus sulle malattie oncologiche, e provare a scandagliare più a fondo le correlazioni con l’inquinamento e con la deprivazione. Anche l’aspetto della genetica non è da trascurare. In passato, col prof. Giordano abbiamo condotto degli studi molto interessanti, da cui è emerso per esempio il ruolo di alcuni antigeni di istocompatibilità HLA rispetto all’insorgenza e alla sintomaticità del Covid. Ci piacerebbe esplorare queste correlazioni tra la genetica e l’insorgenza delle malattie anche con approcci di tipo ecologico».
di Donato Di Stasio e Piercarmine Cecere
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