
Oltre 500 scosse di terremoto in pochi giorni nell’area flegrea, esattamente dal 15 al 18 febbraio scorso. È questo parte del “bollettino sismico” del mese appena trascorso, quello più intenso, il quale ha causato momenti di paura e panico soprattutto nelle città di Napoli, Pozzuoli e Bacoli. Per le ultime novità sulla situazione odierna, abbiamo contattato il prof. Aldo Zollo, che insegna Sismologia e Analisi ed Elaborazione dei Segnali all’Università Federico II.
«C’è stata un’intensificazione dell’attività sismica con eventi di magnitudo importante per l’area vulcanica, dopo un periodo che è stato di relativa quiescenza. In realtà, l’attività sismica non si è mai arrestata negli ultimi tempi, ma la sismicità di piccola magnitudo è stata per lo più rilevata solo dagli strumenti o percepita dalla popolazione residente nelle aree epicentrali. La storia di questi ultimi 3-4 anni di crisi ci mostra che esiste una chiara correlazione tra la velocità di sollevamento del suolo, rilevata al suo apice nella città di Pozzuoli, e l’intensità dei fenomeni sismici. La fenomenologia è abbastanza conosciuta, nel senso che la causa primaria delle scosse è la deformazione del suolo, che produce un accumulo di tensione nelle rocce superficiali, le quali si fratturano causando terremoti».
«Esistono dei protocolli definiti dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia per cui, se per un determinato periodo di tempo non si verificano terremoti nella stessa sequenza, si dichiara chiuso lo sciame. Se il sollevamento del suolo dovesse aumentare ancora di velocità o comunque continuare a crescere, possiamo nuovamente aspettarci attività sismica intensa e con magnitudo relativamente elevate; se invece la velocità del sollevamento dovesse calare, la situazione potrebbe rientrare in uno stato di quiescenza sismica simile a quello che abbiamo vissuto negli ultimi sei mesi. Tuttavia, il suolo continua a crescere e a sollevarsi con un tasso importante di un centimetro al mese circa. Attualmente il pericolo naturale a cui fare fronte è certamente quello sismico. Ritornando alla domanda, previsioni certe non ne possiamo fare, però abbiamo capito come funziona la relazione tra scosse e deformazione del suolo: fino a quando ci saranno sollevamenti del suolo, dell’entità e velocità che registriamo attualmente ai Campi Flegrei, dobbiamo aspettarci una continuazione dell’attività sismica».
«La prima difesa contro i terremoti è una costruzione resistente. In Italia abbiamo una normativa antisismica. Purtroppo, però, gran parte del patrimonio edilizio nazionale non è adeguata ad essa, a causa dell’età di costruzione degli edifici rispetto all’emanazione della normativa, l’ultima versione risalente al 2009. Credo che la direzione intrapresa oggi nella gestione di questa crisi sia corretta, nel senso che si è considerato il vulcano come un sistema naturale multi-rischio, dove instabilità del suolo e terremoti possono accadere ed avere un impatto sul territorio, anche se l’eruzione vulcanica non succede. Bisogna pertanto adottare delle strategie per la mitigazione differenziate per i vari pericoli naturali, tra cui i terremoti, come si sta attualmente procedendo nella gestione della crisi da parte delle istituzioni locali, nazionali e della Protezione Civile. Attraverso il decreto governativo “Campi Flegrei” dell’ottobre 2023, si è intervenuti con l’identificazione di un’area interna alla caldera maggiormente soggetta al rischio sismico, sulla base dell’attività sismica in corso, ed in questa area sono state avviate azioni mirate come il censimento a tappeto della vulnerabilità degli edifici, prima con metodi speditivi a cui seguiranno metodi di dettaglio. A valle di questo lavoro ci si aspetta un intervento per il miglioramento o adeguamento degli edifici alla normativa antisismica. Dunque, alla sua domanda rispondo che bisogna fare quello che si sta cercando di fare, cioè censire il patrimonio abitativo, capire quali siano le situazioni critiche e poi intervenire con interventi di ristrutturazione. Questo è un primo fondamentale passo per rassicurare la popolazione».
«Se osserviamo solo le reazioni di protesta e la paura della popolazione che vive nell’area direi di no. Ma intravedo un miglioramento nel modo di comunicare la fenomenologia ed i rischi connessi rispetto all’inizio della crisi qualche anno fa, sia da parte dei miei colleghi scienziati che delle autorità preposte alla gestione della crisi. Si può e si deve fare meglio, soprattutto perché l’educazione civica alla comprensione dell’impatto dei fenomeni geologici sul territorio manca un po’ dappertutto in Italia. Il nostro Paese è altamente vulnerabile dal punto di vista vulcanico e sismico, e l’educazione generale su questi temi è scarsa. Per esempio, quando c’è stata la possibilità di usufruire di alcune misure di incentivo per le ristrutturazioni delle case, come il Sisma Bonus, quest’ultimo non è stato utilizzato nella quantità in cui ci si aspettava. Anche il singolo cittadino dovrebbe quindi fare uno sforzo per informarsi e formarsi, facendo scelte consapevoli, e, laddove necessario, intervenendo per l’adeguamento delle proprie abitazioni ai pericoli naturali del territorio in cui vive. La comunicazione da parte di scienziati e degli amministratori pubblici deve migliorare senza dubbio, insieme però alla consapevolezza e alla conoscenza dei cittadini del fenomeno e della vulnerabilità dei territori nei quali vivono».
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