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INTERVISTA. Alessandro D’Alessio, Procuratore Capo di Castrovillari: "Non arrendersi alla 'Ndrangheta"

Antonio Casaccio
Antonio CasaccioRedazione Informare
4 gennaio 20246 min di lettura

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INTERVISTA. Alessandro D’Alessio, Procuratore Capo di Castrovillari: "Non arrendersi alla 'Ndrangheta"

Indice (1)

  • 1L’INTERVISTA AD ALESSANDRO D’ALESSIO

Secondo tribunale d’Italia per estensione territoriale e 106 comuni di competenza, tutto ciò nel cuore di una regione bellissima e maledetta: la Calabria. Parliamo del Tribunale di Castrovillari, dove il dinamismo giudiziario sul contrasto alla ‘ndrangheta lo si vive ogni giorno. A guidare una Procura così delicata è Alessandro D’Alessio, magistrato con ampia esperienza nella Dda di Napoli e nella lotta al clan dei casalesi, vivendo da protagonista una delle stagioni giudiziarie più prolifiche in provincia di Caserta in merito al clan fondato da Antonio Bardellino.  

Oggi il dott. Alessandro D’Alessio è chiamato a portare la sua esperienza nell’entroterra calabrese, dando linfa a quel senso di rinascita che ha preso piede grazie alle numerose operazioni condotte e portate a termine dalla Procura di Catanzaro e dal metodo Gratteri. Per far arretrare un’organizzazione potente come la ‘ndrangheta, però, serve molto altro, a partire dalla consapevolezza dei calabresi nel riprendersi la propria terra. Si muove attraverso questa biforcazione il lavoro del dott. Alessandro D’Alessio, entusiasta del dinamismo giudiziario calabrese ma convinto di dover affiancare a ciò anche un’attività di propulsione dei valori antimafia. 

Abbiamo invitato il Procuratore Alessandro D’Alessio nella nostra redazione di Castel Volturno per un incontro con i cronisti; un’occasione per riaccoglierlo nel casertano e per approfondire il suo lavoro in terra calabrese. 

Immagine articolo

L’INTERVISTA AD ALESSANDRO D’ALESSIO

Una camorra silenziosa. Nel casertano non si spara più e per molti significa che la forza della criminalità organizzata si sia esaurita. Condivide? 

«L’organizzazione criminale che non spara e non fa casini è quella che lavora mimetizzandosi. In provincia di Caserta abbiamo un tipo di scenario in cui la criminalità organizzata si fa quasi da Stato con un suo apparato criminale da strada e uno strato che dialoga con corpi sociali come la politica e l’imprenditoria. Il famoso tavolino a tre gambe di cui parlava Giovanni Falcone in Sicilia era sostanzialmente questo: un luogo in cui si riunivano mafia, politica e imprenditoria». 

Quale rapporto si crea? 

«Il politico riceve dalla mafia il sostegno elettorale, ciò gli permette di andare al potere e gestire le risorse pubbliche favorendo le organizzazioni criminali. Ovviamente i grandi boss non possono andare direttamente a svolgere lavori edili o altro, ma hanno bisogno di un’interfaccia, ovvero, l’imprenditore. Quest’ultimo soggetto, grazie alla criminalità, riesce ad aggiudicarsi lavori e appalti. I camorristi di grande potere sono quelli che hanno avuto un’ampia schiera di imprese che si occupavano di tanti settori diversi, in modo da coprire più fette del mercato. Poi da questa logica si sono avuti sistemi anche più sofisticati e chiusi, come quello dei consorzi messi in piedi da Antonio Bardellino per la ricostruzione post-terremoto». 

Oggi però siamo davanti a tanti riciclati che un tempo erano vicini ai clan… 

«Bisogna porsi delle domande. L’imprenditore, che prima era “l’uomo del mafioso”, oggi quando si presenta nelle banche o negli uffici tecnici viene ancora visto come un soggetto vicino ai casalesi? E mi chiedo: ha assorbito il carattere intimidatorio insito nell’azione del clan e che costituisce il nucleo del 416bis? È questo il nuovo mafioso?». 

Come valuta l’attività del clan e la sua organizzazione interna? 

«È evidente che il clan dei casalesi ha differenziato i suoi business, un caso emblematico sono gli affari che fanno con la droga con cui non operavano. Quello che è interessante è comprendere il rapporto che vi è tra l’apparato militare più basso e il livello elevato. Non so ancora darmi una risposta sul punto, ma posso tranquillamente affermare che il clan dei casalesi è cambiato tanto, ma non è meno insidioso rispetto a prima». 

Il contrasto alle mafie passa attraverso la normativa. Che ne pensa delle ultime uscite del legislatore sul tetto alle spese per le intercettazioni? 

«Abbiamo una delle legislazioni più efficienti sulla repressione alla criminalità organizzata. La cosa che non bisognerebbe toccare sono le intercettazioni visto il carattere decisivo che hanno nelle indagini antimafia. Se si ritiene di spendere tanto per le intercettazioni, perché non lo si fa come prestazione imposta agli operatori? Devo dire che ci sono altre soluzioni. In Calabria, grazie al dottor Gratteri, abbiamo un prezzo calmierato per le intercettazioni». 

Il nuovo governo ha anche subito messo mano alle modifiche al Codice degli Appalti… 

«C’è una grande contrapposizione tra rigido controllo e deregulation. La scelta è un problema di valori e io rivendico fortemente il diritto di chi governa a fare le proprie scelte. L’importante è avere come base una normativa antimafia solida ed efficace, l’Italia ce l’ha e ha portato risultati importanti». 

Da quasi 3 anni lavora in Calabria. Come sta andando la sua esperienza e che analisi fa della regione? 

«Sto vivendo una bella esperienza dal punto di vista lavorativo perché c’è un grande dinamismo delle attività giudiziarie. La Calabria soffre di un problema insito nella consapevolezza della società civile, c’è proprio mancanza di organizzazioni e iniziative che stimolino le persone a cessare quell’atteggiamento omertoso che condanna tanti calabresi. Purtroppo bisogna dire che quest’ultimi non hanno tante possibilità di far emergere questa consapevolezza a causa di una situazione complessiva di degrado, basti pensare alla sanità o ai collegamenti. Tanti tratti della rete ferroviaria sono ad un solo binario, altre zone invece sono completamente abbandonate. Immaginate che Castrovillari, sede del secondo Tribunale in Italia per estensione territoriale, non ha una stazione ferroviaria». 

Crede di aver apportato qualche cambiamento sul piano motivazionale? 

«Dico costantemente che non bisogna arrendersi. Quando mi sono insediato ho detto una cosa chiara: per primi noi magistrati dobbiamo essere credibili, se la gente non denuncia facciamo in modo che si fidi. Dei passi in avanti sono stati fatti». 

La ‘ndrangheta ha perso quel carattere primitivo delle mafie? 

«In alcune aree la ‘ndrangheta è come il clan dei casalesi degli anni ’90, ferocemente brutale ma con la capacità evolutiva di rapportarsi con gli imprenditori. Ciò che rende la ‘ndrangheta dominante è il controllo: ha rapporto diretto con i cartelli sudamericani in materia di stupefacenti. Questo significa avere disponibilità e potenzialità economiche che le altre mafie non hanno. Al momento è l’organizzazione più pericolosa in Italia». 

Nel tavolino calabrese ci sono solo cosche, politica e imprenditoria? 

«In Calabria ci sono poteri occulti che compaiono spesso e che condizionano. La massoneria in Calabria ha una potenza molto radicata e forte, così si siede a quel famoso tavolino come interlocutore ascoltato e da ascoltare». 

Il sistema dei collaboratori di giustizia è ancora deficitario rispetto alle altre regioni? 

«Sì. La spiegazione è dovuta alla formazione elementare della ‘ndrangheta. Nei vari strati di controllo della ‘ndrangheta al punto più basso c’è la ‘ndrina, che è un’organizzazione minimale a base familiare o familistica. Quando il collegamento di sangue è così forte è più difficile arrivare alla collaborazione. Difatti, se ben notate, il giuramento delle organizzazioni criminali si fa col sangue perché esprime la solidità del legame tra gli affiliati». 

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  • #'ndrangheta
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