
È la paura che prende il sopravvento, è la rabbia di essere state raggirate e il disprezzo di chi le guarda che spinge “le donne della tratta” ad avere uno sguardo perso, confuso. Costrette a prostituirsi, non hanno via di fuga, altra strada da seguire se non quella indicata dalle loro “madame”, dai loro sfruttatori. La storia di alcune di queste ragazze viene raccontata senza veli, cruda e violenta come realmente è, all’interno del libro di Alfonso Reccia, scrittore, fotografo reportagista e regista cinematografico. “Il viaggio di Destiny” è il titolo del testo: «Non hanno un destino segnato. Ecco perché il libro si chiama così. Il futuro che le attende non è per forza quello che loro immaginano» ci spiega l’autore.
Presidente dell’Onlus Street Flower Relief, Reccia da più di dieci anni ha deciso che uno dei suoi obiettivi di vita debba risiedere nel salvare queste ragazze dalla strada, ed è così che inizia il nostro turbolento viaggio all’interno dei ricordi e del vissuto dell’autore.
Perché le aiuti?
«Io ho una mia credenza: ognuno di noi nasce “per qualcosa” e nel corso della vita lo comprendi. Io credo di essere nato con la volontà e il sentimento di aiutare. Ho iniziato da giovane a fare questo, ho rischiato tanto ma era quello che volevo, con la giusta strategia ho poi capito qual era il modo per avvicinarmi a loro e aiutarle. Alcuni mi hanno detto “tu non riuscirai mai a tirare fuori queste ragazze dalla tratta”, io che sono molto testardo e permaloso, me la sono legata al dito e mi sono incaponito ancora di più per riuscire nel mio obiettivo. Per questo ho chiamato la mia associazione così, perché per me queste ragazze sono dei fiori che devo aiutare a fuggire dalla strada».
In cosa consiste il tuo lavoro da volontario?
«Consiste nello scendere direttamente in strada, avere un contatto diretto con le ragazze, conoscerle e raggiungere il mio scopo ultimo: tirarle fuori dalla tratta. Io cerco di acquisire la loro fiducia inizialmente, e dopo anni di tentativi “sbagliati”, forse troppo diretti, ho capito la modalità giusta per avvicinarmi senza intimorirle. Ho avuto un’intuizione: “cos’è la prima cosa che ti manca quando sei all’estero?” il cibo. Ho iniziato a cucinare e portare loro cibi tipici dei loro paesi, e questa è stata la chiave. Loro incredule mi chiedevano il perché di questi gesti, e io rispondevo che amavo cucinare. Erano titubanti ma piano piano iniziarono ad aprirsi e fidarsi. Ho e avevo la barba e i capelli lunghi, così una di loro iniziò a chiamarmi “epo jesus” che nella loro lingua vuol dire “Gesù Bianco”, così anche le altre smisero di essere spaventate e dubbiose nei miei confronti».
L’autore ci racconta che alle donne che incontrava ha iniziato ad offrire loro un’assistenza medica e visite da ginecologi. Proponeva contatti con il Centro Fernandez e con Emergency, associazioni che operano qui a Castel Volturno. Ha creato quindi una piccola rete di assistenza, che ha permesso alle giovani di fidarsi e, a lui, di accogliere la loro sofferenza.
Alcune “donne della tratta” hanno una sorta di “autogestione” e capacità decisionale, l’importante è portare un guadagno ai chi “comanda”. Poi ci sono quelle che sono gestite direttamente dalle madame, quest’ultime spesso sono ex prostitute che con l’età riescono a passare “ai posti alti” della piramide. Danno consigli pratici alle ragazze anche su come vestirsi durante il lavoro: pantacollant, gonne e calze per rendere ciò che fanno più veloce, “ottimizzare i tempi” è fondamentale: più tempo, più clienti, più guadagno. Le madame le spiegano come evitare di rimanere incinte senza l’uso del preservativo, metodi brutali e primitivi quali l’uso del borotalco per via orale, o l’utilizzo di un batuffolo di cotone imbevuto di aceto inserito all’interno della vagina.
«Negli ultimi anni, anche nei loro paesi si sa che una volta arrivate qui, la probabilità di essere costrette a prostituirsi è alta – ci spiega l’autore – Fino ad una decina di anni fa era una cosa che si sapeva molto poco. Quando quest’attività ha iniziato a portare tanti soldi questa voce si è sparsa. Alcune di loro, essendo molto giovani, non sanno realmente la vita che andranno a condurre. Non è mai una vera scelta quella che fanno, se tu spieghi alle ragazze la realtà che le aspetta, nessuna partirebbe».
Quando è che finisce?
«Finisce quando decidi di scappare o quando hai saldato il debito che hai con chi ti ha permesso di arrivare in Italia. Sono somme che vanno dai venti ai cinquanta mila euro, che sono tantissimi perché quello che guadagnano non è mai netto: affitto della casa, alimenti, pagamento della “rata” agli uomini che ti hanno portato qui e, infine, vivere».
Alfonso Reccia pianifica una sorta di piano di fuga, quando è possibile le accompagna lui stesso all’interno di associazioni che si occupano di “recuperare la vita” delle giovani donne che fanno parte della tratta.
Il primo passo è fare una denuncia. Bisogna gettare il cellulare e dimenticare i vecchi contatti per almeno un anno. Bisogna assolutamente seguire delle regole per far sì che chi è parte dell’organizzazione criminale che gestisce la tratta, non le trovi. «Io – continua Reccia – per il primo anno non posso sentirle, né vederle. È una questione di sicurezza per me e per loro e alcune non mi scrivono neanche successivamente».
Imparare a leggere e scrivere, ad utilizzare un computer o semplicemente possedere il documento d’identità permette loro di respirare, di intravedere una luce in un tunnel fatto di maltrattamenti, molestie, prostituzione, schiavitù e costrizione. All’interno del libro, il loro viaggio verso la libertà parte dalla Nigeria, la strada che le porta qui schiaffeggia più volte il lettore, che spesso disinformato o svogliato non si preoccupa di conoscere la storia delle giovani donne.
Alfonso Reccia ci saluta, con la promessa di riuscire un giorno a metterci in contatto con una delle donne che è riuscito a salvare dalla tratta, parlare con loro sarebbe per noi un privilegio, sarebbe come vivere in prima persona “il viaggio di Destiny”.
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