
Durante il Salerno Letteratura Festival, giunto all’undicesima edizione, è stato possibile incontrare la professoressa Maria Teresa Giaveri, traduttrice e giornalista, autrice di “Nei mari di Ulisse. Sulle tracce di Omero alla riscoperta di Palmira” edito Neri Pozza.
Dopo il saggio “Lady Montagu e il dragomanno”, la Giaveri si è avvicinata alla narrativa grazie al suo amore per Omero instillando il dubbio posto al centro del suo nuovo libro: l’Ulisse che torna a Itaca è davvero lui o è un predone? Racconta di aver iniziato a divertirsi con questo quesito mentre insegnava alla Sorbona, per lei era un divertissement.
L’idea di un libro nasce su consiglio di Giuseppe Pontiggia, idea accantonata quasi subito per motivi personali. Più tardi, riprese questo progetto immaginando una “storia a quadro”. Dopo che l’autrice è venuta a conoscenza di alcuni diari di bordo riguardanti la spedizione intrapresa tra il 1750 e il 1751 da tre gentlemen inglesi (James Dawkins, John Bouverie e Robert Wood) e dall’architetto italiano Giovanni Battista Borra per riscoprire i luoghi tracciati da Omero, ha unito la realtà con la finzione ponendo questo viaggio come cornice del suo omaggio all’Odissea.
Questa spedizione è stata di vitale importanza perché ha contribuito a cambiare l’estetica settecentesca rivelando le città Palmira e Baalbeck e ponendo le basi per la questione omerica. La sua lettura “spettinata” dell’Odissea, fatta attraverso i quattro viaggiatori, si intreccia, in questo modo, con fatti davvero avvenuti ricostruiti in modo puntuale seguendo il logbook; mentre, sono di sua invenzione i caratteri dei personaggi, i dialoghi e alcuni nuovi protagonisti rendendo la mise en abîme ancora più intrigante.
Con un approccio filologico, il testo omerico (traduzione di Paduani) non è stato tradito; al contrario, la Giaveri dimostra che questo capolavoro si presta a diverse interpretazioni smontando i vari meccanismi di riconoscimento presenti fornendo altre spiegazioni plausibili senza snaturare l’originale. E, infatti, spiega l’autrice, sarà Borra, che non conosce il greco, a domandare al gruppo come sia possibile che l’eroe Ulisse non sia nominato fin dall’inizio dell’opera omerica e che si sia ridotto a fingersi un mendicante. L’analisi parte dal primo aggettivo incontrato nel primo verso omerico in riferimento a Ulisse, ossia polytropos: l’uomo dalle tante menzogne.
Inizia un doppio viaggio, quello nel testo per cercare l’identità di Ulisse e quello fisico attraverso il Levante. Sono diverse le ipotesi che la Giaveri ha inserito per raccontare questo duplice intreccio basandosi sia su quelle antiche sia su quelle più recenti tracciando tematiche di studio antropologico (gli dèi come elementi della natura, ad esempio), alcune improbabili (come l’idea di un Omero donna in quanto nei salotti parigini circolava l’idea di una società matriarcale madre della civiltà) o, ancora, di stampo vichiano poiché i personaggi discutono anche di civiltà antiche scomparse ma più progredite (i Feaci lo dimostrano).
In questo gioco di specchi non mancano le esperienze di vita della Giaveri. Parlando dei coniugi Mitland, ha inserito la Siberia come meta perché, essendo rimasta affascinata dal luogo in uno dei suoi viaggi, voleva permettere al suo personaggio di trovare lavoro in qualità di medico dato che a Costantinopoli sarebbe stato difficile entrare nel circolo.
«È la prima volta che mi misuro con una scrittura romanzesca pura e c’è questa cosa: il personaggio diventa una persona vera; Dumas piangeva quando fece morire Porthos», racconta l’autrice. Anche se vi sono elementi attinti alla sua vita, non crede che dal testo si possa conoscere lo scrittore: «Io credo che si possa avere un’idea del tempo dell’autore.

Sono del parere di Proust: colui che scrive non è lo stesso che voi vedete nei salotti. Si costruisce un’identità ma come scrittore. Mallarmé diceva che è il linguaggio che parla attraverso il poeta, non è il poeta che parla attraverso il linguaggio, sono dello stesso parere». Per quanto riguarda la figura di Penelope, neanche lei è riuscita a sfuggire al gioco intrapreso nel libro: «Quando ho riletto l’“Odissea”, mi sono resa conto di quanto sia insistente quest’idea dell’assassinio di Telemaco. La regina era tranquilla all’inizio, anche perché aveva l’inganno della tela. Lei non ha bisogno del ritorno di Ulisse, ha bisogno del ritorno di un guerriero che ammazzi quelli che vogliono uccidere il figlio. Ulisse dice a Penelope che Tiresia lo ha avvertito del suo ritorno a Itaca e anche della sua partenza subito dopo.
È un modo molto preciso per dire di averla liberata e che il potere sarà di Telemaco. In tutte e due i casi (che Ulisse sia davvero Ulisse o meno), Penelope è una figura prudente, è una figura politica, la sua è astuzia politica». Un incontro ricco di amore per Omero e per la letteratura, per la storia e la ricerca (non solo filologica). Questa passione è arrivata al pubblico di ascoltatori attraverso le parole di Maria Teresa Giaveri.
di Antonia Erica Palumbo
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