
L’undici marzo, per circa 2 miliardi di musulmani nel mondo, è iniziato il Ramadan, uno dei cinque pilastri dell’Islam, i cinque obblighi fondamentali previsti dalla Legge di Allah per ogni credente di qualsiasi sesso. A Napoli, nella moschea di Via Silvio Spaventa, a ridotto della stazione centrale, è tutto un via vai di fedeli che si recano alla moschea per la preghiera. Entrano in moschea, si tolgono le scarpe e si salutano: «As-salamu alaikum (la pace sia con voi); Wa-alaikum as-salam (e con voi la pace)». Abbiamo incontrato Amar Abdallah, imam e Presidente della comunità islamica di Napoli. Di origini palestinesi, guida la comunità partenopea da molti anni.
«Ad oggi i fedeli presenti nel capoluogo campano sono circa 30.000 e provengono da 53 paesi esteri. In tutta la regione ne possiamo contare pressoché 100.000, quasi tutti praticanti. E di questi la maggior parte sono maschi, anche se negli ultimi decenni, grazie alla legge Martelli del 1990, sono arrivate tante donne che si sono ricongiunte ai loro mariti venuti in Italia molti anni fa».
«La moschea, oltre a essere luogo di preghiera, è un centro educativo che cura la formazione religiosa e culturale ed è luogo privilegiato per la diffusione della lingua araba. Qui a Napoli insegniamo la lingua del Corano da circa 20 anni e tanti napoletani apprezzano il nostro impegno. Grazie a questa diffusione della cultura islamica, ogni settimana accogliamo tra i fedeli almeno due o tre cristiani che si convertono all’Islam perché trovano tanti punti in comune tra le due religioni. Tanti di loro sono studenti dell’Orientale che ci conoscono attraverso lo studio accademico, altri ci contattano attraverso il web perché si sentono attirati dalla nostra religione. E per questo motivo la preghiera del venerdì è fatta in arabo e in parte tradotta in italiano».
«Era il 1989 quando chiedemmo al comune di Napoli un terreno ed il permesso per costruire un nostro luogo di culto. Da quell’anno si sono succeduti diversi sindaci ma non si è fatto mai nulla. Non c’è mai stato un divieto ma il progetto è come “sospeso”, non sappiamo fino a quando. Io credo che il motivo principale sia da individuare nel mancato riconoscimento dell’Islam da parte dello Stato italiano quale religione ammessa. A livello nazionale la comunità islamica ha cercato un’intesa con lo Stato italiano ma da circa 30 anni la proposta è ancora in discussione».
«Il fondamentalismo non appartiene all’Islam ma è venuto dalle altre religioni: anche i cristiani, nei secoli scorsi, hanno tentato di imporre la propria fede attraverso le crociate. I fondamentalisti non sono buoni mussulmani perché ignorano il Corano. La cultura islamica ripudia con decisione la violenza e i fedeli praticanti, che conoscono il nostro libro sacro, lo sanno bene».
«Quella scuola è frequentata per il 40% da mussulmani che inevitabilmente, per la festa di Aid al Fitr, la festa che conclude il Ramadan, non andranno a scuola. È una bella iniziativa per gli studenti per farli integrare bene nella società italiana, un giorno di condivisione del sentimento di festa che vivono gli islamici in quel giorno. E mi sorprende tutto questo clamore, perché capita sempre più spesso che gli studenti si assentino dalle lezioni nel giorno del loro compleanno. La festa di fine Ramadan non è una ricorrenza personale, ma è una festa di tutti e credo che il problema sia sempre lo stesso: il mancato accordo della Comunità islamica con lo Stato italiano».
La conversazione con l’iman, amichevole e cordiale, continua per molto tempo e termina con un invito per la festa di Aid al Fitr: «Giovanni, ti aspetto a Piazza Garibaldi per la fine di Ramadan, il 10 aprile. Mi farà molto piacere rivederti e festeggiare con te la fine del digiuno perché, pur in modi diversi, amiamo Dio e i fratelli. Invito accettato, ovviamente».
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