
Analisi del concetto di desiderio con il Professore André Aciman, autore di “Chiamami col tuo nome“
Quando desideriamo un’altra persona ci rendiamo conto di essere all’interno di un combattimento, ma non sappiamo bene come ci siamo entrati o l’entità di esso: se stiamo combattendo con noi stessi, con l’altro o con la vita. Leggiamo furiosamente romanzi, lettere, scritti che ci riportano a questi sentimenti tormentati e che ci fanno sentire vivi, come afferma il celebre scrittore André Aciman (autore, tra gli altri, del best seller “Call me by your name”).
«Io sono sempre stato un gran lettore di Stendhal, Dostoevski e Proust» afferma André Aciman «Ciò che mi interessava in tutti questi scrittori era lo studio dei motivi che spingono una persona a desiderarne un’altra. E quali saranno i bivi, le strategie, lo spirito di contraddizione, il paradosso che si instaurano in tutti noi perché vogliamo una persona e allo stesso tempo sappiamo che ci è vietata. Da qui ho iniziato a concepire il romanzo “Chiamami col tuo nome”. Volevo scrivere un romanzo cortissimo, per distrarmi, perché mi stufava il libro che stavo scrivendo che era molto complicato. Ho deciso di scrivere una storia, tra due uomini, che già conoscevo bene da esperienza personale, e da lì ho preso lo slancio. È stato scritto molto velocemente, in tre mesi e mezzo, poi pensavo di metterlo da parte e invece è diventato un successo».
Un desiderio costante e molto forte tra i due che si tramuta, tutt’un tratto con la fine, ma perché mettere fine ad una storia che non ha limiti, non ha traguardi e non c’è niente che li ferma?
“Questa cosa che quasi non fu mai ancora ci tenta”. «Non lo so perché mettere la parola fine» continua Aciman «per me la fase più importante è il desiderio che nasce in noi e se si avvererà o no o resterà, per sempre, in una fantasia. Perciò ho scritto questa frase perché contiene due tempi verbali, apparentemente distanti, ma che sono abbinati perché uno non sa se si avvererà per niente e l’altro non sa se terminerà mai».

È inevitabile pensare all’amore quando ci imbattiamo in un romanzo di André Aciman, «Non mi piace usare la parola “amore” – afferma l’autore – perché calcifica tutto in una frase ed è per questo che preferisco parlare di “desiderio” che è soggetto al tempo: un giorno ci svegliamo e desideriamo una persona e due secondi dopo non la desideriamo più. Come mai il desiderio si svolge e poi si riduce ad un niente improvvisamente? Ecco, a me piace molto questa idea. Noi combattiamo sempre con il desiderio, anche quando non ci sono impedimenti: da un lato desidero ed amo e dall’altro lato no».
Eppure, quando leggiamo i romanzi di Aciman, è inevitabile accostarli all’amore, seppur sudato e tormentato. Non possiamo, dunque, pronunciare la parola amore? «Non bisogna usarla perché quando una persona dice “ti amo” significa che la cosa è già solidificata e non si può parlare di nient’altro. Per questo nei grandi romanzi l’amore non viene mai menzionato, ma c’è bisogno di un periodo di tempo molto lungo. Io non so se la persona che amo oggi, la amerò anche domani» continua lo scrittore.
Quindi il sentimento è più vero se tormentato?
«Il tormento per uno scrittore c’è sempre» afferma André Aciman «perché non siamo mai sicuri che la cosa che stiamo scrivendo valga la pena. Io sfido me stesso sempre e, allo stesso tempo, mi piace la scrittura, ma mi piace di più aver scritto. Durante l’atto stesso ci sono momenti molto belli e altri pieni di dubbio, sofferenza, incertezza. Poi io ho sempre la riluttanza nei confronti di ciò che ho prodotto. Mentre sto scrivendo una frase lunga, non l’ho neanche terminata che già sto cambiando l’inizio. Sono molto insicuro e questo si denota dai rapporti di cui parlo che sono tutti incerti, non si parla mai di sicurezza».
Un tormento che invita soprattutto chi vuole intraprendere il mestiere dello scrittore a non farlo solo per esprimere la “coerenza”, ma accettare e soprattutto raccontare le sfumature di rapporti (e, di riflesso, dell’anima di uno scrittore) seppur rispecchino delle contraddizioni.
«Tutti vogliono scrivere all’americana» dice Aciman «cioè non esprimere mai la contraddizione di un sentimento, ma solo la coerenza di esso. Ed è questo che io non accetto per niente perché il sentimento non è mai chiaro, è sempre un miscuglio di tante cose, è sempre fluido. L’identità non è mai una cosa che esclude l’altra, siamo sempre un’unione di tante cose: la mia identità di ora non sarà quella che avrò oggi pomeriggio. Io non accetto questa ricerca ossessiva della coerenza e di solito i romanzi scritti oggi sono “da rivista” non pro-dotti in modo originale perché combattuti da dentro. Questo è il consiglio che do ai giovani: pensare esattamente a loro stessi, non a ciò che sarà accettato. Devi scrivere di ciò che provi, non di quello che devi provare o credi di provare. Da qui sorge la scrittura».
Dalla Costiera Amalfitana, Roma, fino alla Liguria, quasi tutti i romanzi di André Aciman hanno come sfondo la penisola italiana: le sue meraviglie, le sue suggestioni, ma soprattutto le sue complessità. Come mai ricorre così spesso l’Italia? «Perché mi sono veramente ritrovato in Italia: ho scoperto la mia sessualità, ho covato desideri per molte persone e scrivere dell’Italia per me è ritornare alla mia adolescenza e a quel calore. L’Italia rappresenta sempre il posto dov’è nata in me la passione».
Te lo aspettavi che questo romanzo diventasse un’icona LGBTQIA+?
«Per niente. Io mi aspettavo che nessuno volesse neanche pubblicarlo questo romanzo perché era troppo onesto e chiaro, il desiderio era pro- prio snudato. Perciò io non mi aspettavo che venisse pubblicato o rece- pito come un romanzo d’amore. Volevo solo scrivere senza avere i soli incubi dei romanzi gay dell’epoca ovvero che la storia finisse in tragedia. Volevo un padre, come lo è stato il mio, completamente aperto: purché ci fosse il desiderio andava tutto bene. Questo volevo trasmettere e non mi aspettavo il successo del film, non avevo la minima idea di come sarebbe resa la passione che descrivevo ed è stata resa molto bene».
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