
Una volta aperto lo scrigno della comunità artistica casertana e, soprattutto, delle province, sembra impossibile richiuderlo e non farsi accecare dalla luce immensa della cultura, quella vissuta. L’artista che raccontiamo questa volta è Andrea Martone, pittore e scultore di altissimo profilo del territorio capodrisano, autore di numerose opere pubbliche, tra cui il Monumento ai Caduti di Capodrise. Ha frequentato l’Istituto d’Arte di San Leucio e successivamente l’Accademia delle Arti sotto la guida del maestro Augusto Perez. La sua espressione artistica è molto equilibrata ma non manca di espressività, caratterizzata da forti contatti con la natura e la spiritualità. Ha una spiccata sensibilità, accentuata da un’umiltà sincera. Ho avuto il grande piacere di intervistarlo.
«Mi emozionano entrambe, non ho una preferenza tra le due. Sicuramente sono diverse tra loro: la pittura è più estemporanea, seppur studiata. È un turbinio di emozioni che si traduce istintivamente in pennellate, che hanno un senso di tipo logico e cromatico ma che nascono naturalmente. Per me la pittura è respiro. La scultura invece è riflessione, elaborazione. È un’emozione più vissuta e intima, ma non manipolata».
«A dire il vero dipende dai momenti: a volte l’arte è la traduzione immediata di un istinto, altre volte è la necessità di rappresentare qualcosa di intimo. Altre volte comincio a dipingere con un’idea precisa ma poi cambio tutto in corso d’opera».
«Un’emozione positiva come la felicità e la serenità. Io quando produco arte sono spinto dall’emozione, se riesco a smuovere l’animo di qualcuno con le mie opere allora sono felice. Vorrei che chi fruisce della mia opera riesca a sentirsi libero, in contatto con la natura e con la propria anima. La mia tavolozza è composta da colori che evocano emozioni positive e le raffigurazioni riguardano la natura e gli animali».
«Per me la natura è un forte punto di contatto con Dio, fondamentale nella mia vita. La natura, animata e inanimata, è primo soggetto delle mie opere, nella sua massima perfezione; le persone, al contrario, sono fatte di imperfezioni. Tuttavia, concepisco la mia arte in maniera unitaria e non divisiva, non odio le persone ed è per questo che continuo a produrre arte».
«Devo ammettere che faccio fatica a comprenderne tutti gli aspetti. Il passato mi sembrava più semplice, meno ridondante, la vita era più vera e i rapporti interpersonali erano completamente diversi. Adesso mi sento stretto in una società così veloce e sfuggente, sento che il concetto di umanità stia svanendo».
«Sono estraneo a queste cose, chiaramente le percepisco come innaturali, seppur io rispetti ogni forma d’arte. Io ho bisogno di toccare l’opera per sentirla, non riesco a porla sullo stesso piano di un disegno digitale. Inoltre sono troppo affezionato ai miei pennelli e ai miei scalpelli! Ho bisogno, insomma, di avvertire il calore dell’arte e, per me, la tecnologia è fredda».
«Il tempo cambia tutto, è inevitabile. Il flusso della mia arte, però, non si è mai arrestato, e dopo ogni opera sento la necessità di crearne un’altra. In un certo senso la costante ispirazione artistica è allettante, anche se lascia sempre un senso di incompiuto».
«Io vedo tutto sotto una lente prettamente spirituale. Credo che il dolore sia importante per capire i momenti belli della vita, ma che l’arte debba essere evocatrice di bellezza e di positività. La mia vita non è stata mai particolarmente dolorosa, è certo che tutti abbiamo passato dei momenti bui. Io però ho avuto sempre un atteggiamento positivo, cercando di risaltare l’unico particolare positivo e non tutto ciò che c’era di negativo. Inoltre, ho sempre avuto un forte legame con la famiglia: per me è come l’arte, non potrei riuscire a vivere senza».
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