
In un momento storico come il nostro, nel quale al dilagare mondiale e nazionale delle destre non riesce a contrapporsi un’opposizione di sinistra che offra una visione concreta e strutturata, è facile ritornare, col pensiero, ai grandi personaggi politici del passato, che unirono le grandi masse popolari in una visione più giusta ed egualitaria.
La memoria di coloro che hanno vissuto il periodo della Prima Repubblica non può che andare al leader più carismatico e popolare del Partito Comunista Italiano, Enrico Berlinguer, morto prematuramente nel 1984 poco dopo un comizio. Nel 2024, per il quarantennale della morte, è uscito il film “Berlinguer – La grande ambizione”, che ripercorre la vita del segretario comunista nel quinquennio 1973-78, quando il leader, interpretato magistralmente da Elio Germano, dovette affrontare l’ascesa del terrorismo, prima nero e poi rosso, e le delicate trattative del rapimento Moro.
Abbiamo parlato del lascito di Berlinguer, e del perché oggi sia ancor più di ieri importante ricordarlo, con il regista del film, Andrea Segre, documentarista da sempre impegnato in tematiche sociali e politiche di alto spessore. «La malattia dell’oggi, quella di modificare le emozioni pubbliche – ci dice Segre – va contrastata con un lavoro in profondità di competenze, relazioni ma soprattutto di storia. Questo per recuperare radici di pensiero, esperimenti ed ambizioni che possano darci un’àncora dentro una situazione di disorientamento costante. Lo studio che abbiamo fatto per questo film è stato la ricerca di una massa di princìpi che ci permetta di leggere l’oggi senza essere vittime del succedere mediatico e consumato degli eventi, e il successo del film dimostra che questa è un’esigenza condivisa».

Il ritorno al passato spesso compensa, nella nostra società, un generale disinteresse per la politica da parte di tutti gli strati sociali, che si traduce in astensionismo e poca partecipazione alla “cosa pubblica”, che si contrappone ai grandi movimenti operai dell’epoca di Berlinguer: «Credo che le masse popolari siano state istruite e coscientizzate dai movimenti operai socialisti e comunisti nel Novecento – continua il regista – e abbiano vissuto un momento di forte coesione e azione, legato anche a come erano organizzati i luoghi di lavoro. Sono poi intervenute, a partire dagli anni 80, delle forze dirompenti di questa unità (neoliberismo, mezzi di comunicazione, globalizzazione), e l’unità si è persa. C’è in azione una nuova avanguardia, diversa da quella operaia, scomparsa per ragioni storico-economiche, che sono i movimenti intersezionali, cioè i movimenti capaci di unire corpi di lotta di diverso tipo e che dunque riescono a diventare di massa. L’intersezionalismo implica che tutte le singole lotte (transfemminismo, antirazzismo, anticolonialismo, lotta al cambiamento climatico) siano intimamente connesse, e tutte derivate dall’aver lasciato briglia sciolta al capitalismo. Non dobbiamo dunque confrontare queste avanguardie con quelle operaie del tempo di Berlinguer».
Rispetto poi alla nuova cultura social dell’individualismo sfrenato, del cosiddetto “mindset”, e di come questo renda sempre di più le persone macchine della produttività, l’idea di Segre è molto chiara: «Questo è quello che vuole il potere, cioè i cittadini sudditi. Ci sono due modi per farlo: o li costringi materialmente, o li instupidisci. Questo si fa o con la religione, o con il consumo. In questa fase di potere oligarchico e conservatore, c’è un grande aumento di sudditi».
In quest’ottica, Segre si spiega anche l’apparente egemonia della destra mondiale e italiana: «Lì dove ci sono reti di coscientizzazione per i lavoratori salariati o precari, il lavoratore non voterà a destra, non si farà fregare da “Dio, Patria e Famiglia”. Ti riduci a suddito quando non hai contatto con quella possibilità, e costruire una coscienza in un mondo in cui credi di essere informato e non lo sei rappresenta una difficoltà importante. Ma non era facile nemmeno all’inizio del Novecento convincere i contadini o gli operai a scioperare. Per questo dobbiamo dare spazio alle nuove avanguardie, che stanno risemantizzando le possibilità di attivazione politica, e dare a quelle entità la possibilità di sottrarre il lavoratore dalla sua sudditanza».
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