
A distanza di oltre vent’anni dalla stagione che ha segnato una svolta per Napoli e la Campania, Antonio Bassolino torna a riflettere sul presente e sul futuro del territorio. Dalla “primavera napoletana” alle nuove sfide del capoluogo partenopeo, fino ai rischi dell’overtourism e ai temi cruciali dell’attualità: la nostra intervista ripercorre il passato e interroga il futuro della città, con uno sguardo attento anche sulla questione di Bagnoli, sul rapporto con i cittadini e sui rimpianti di una lunga esperienza istituzionale.
«Fu una battaglia durissima, venivamo da Tangentopoli, c’era una forte domanda di cambiamento. La campagna elettorale fu intensa, una delle prime in termini mediatici, ma soprattutto fatta tra la gente: fabbriche, mercati, quartieri e incontri nelle case. Quando diventai sindaco, trovai una città in dissesto finanziario. Non si poteva neanche investire in cultura, che invece consideravo centrale. Convinsi il governo di allora a cambiare la legge, da lì partì un rilancio importante. Quella stagione si inserì in una fase di svolta istituzionale: nel 1993, con l’introduzione dell’elezione diretta dei sindaci, per noi cambiò radicalmente il rapporto tra cittadini e amministratori. In quel contesto, è bene ricordare anche della candidatura nel centrodestra di Alessandra Mussolini, che complice una situazione politica in movimento, aveva tutte le possibilità di vincere quella tornata elettorale. Per me questo fu un segnale in più per scendere in campo».
«L’organizzazione del G7 fu una grande sfida superata brillantemente dalla città. Fu decisivo per rilanciare Napoli nel mondo, ma anche scelte simboliche e concrete come la chiusura di Piazza del Plebiscito, allora un grande parcheggio che chiudemmo al traffico. All’inizio fu una scelta contestata, ma oggi è uno spazio restituito ai cittadini. Intervenimmo su molte piazze e sul centro storico: furono decisioni anche solitarie, ma necessarie. A quella stagione si legano interventi che ancora oggi segnano il volto della città: dall’arte in piazza con artisti internazionali, al primo Capodanno in Piazza del Plebiscito, fino al “Maggio dei Monumenti”. Numerose piazze, tra cui Piazza del Gesù e San Domenico Maggiore, furono restituite alla fruizione pubblica, contribuendo ad un nuovo concetto di città per i napoletani».
«Il turismo è fondamentale e già allora, sotto la mia amministrazione iniziò a crescere, dando i primi segnali. Però bisogna stare attenti: non può essere l’unica chiave di sviluppo, c’è un limite da non superare. Il rischio è perdere l’identità sociale della città, la sua anima, soprattutto nei centri storici, dove i residenti vengono spinti via. Napoli è sempre stata un luogo di mescolanza sociale, questa è la sua forza e va difesa».
«Due episodi. Il primo è la ricandidatura alla Regione nel 2005, che fu una scelta molto impegnativa. Il secondo riguarda le primarie del 2016: forse avrei dovuto andare avanti nonostante tutto. La scelta di ricandidarmi nel 2005 non era inizialmente nelle mie intenzioni: dopo due mandati da sindaco e uno da presidente della Regione, avrei preferito tornare a un impegno politico nazionale. Tuttavia, da Roma arrivò la richiesta di ricandidarmi per rafforzare il centrosinistra in Campania in vista delle elezioni politiche del 2006, poi vinte di misura da Romano Prodi, soprattutto grazie al risultato campano. Mentre diverso fu il discorso sulle primarie del 2016, segnate e macchiate da episodi controversi documentati pubblicamente, da alcuni giornali e da ricorsi respinti. In quel caso, la scelta di non proseguire la corsa nonostante la sconfitta alle primarie resta per me una fonte di rimpianto».
«Bisogna fare attenzione. Eventi come l’America’s Cup sono importanti, ma non devono compromettere il futuro. Le priorità restano due: una grande spiaggia pubblica e un grande parco. È anche un risarcimento storico per i lavoratori che hanno vissuto lì condizioni difficili. Non bisogna dimenticare le pagine del passato di quell’area. La rinascita dev’esserci innanzitutto per la comunità. Tra i punti centrali, per me è essenziale sottolineare anche la necessità della rimozione della colmata, che resta una battaglia storica. Questo è un passaggio essenziale per restituire il mare ai cittadini e garantire uno sviluppo sostenibile dell’area. Gli investimenti e lo sviluppo vanno accompagnati dalla memoria storica per quella che fu Bagnoli, un segno di rispetto verso i cittadini». Come racconta il suo percorso politico alle nuove generazioni? «Ho iniziato giovanissimo, spinto da ideali e ingiustizie che vedevo ogni giorno. Il problema più grande è l’astensionismo: non è disinteresse, è una scelta politica, è come se fosse il primo partito in Italia. Senza partecipazione non c’è democrazia».
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