
Asia Vaudo l’ho intravista ad un concerto. Eravamo nel backstage di quello che penso sia il nostro cantante preferito mentre l’ho incrociata con lo sguardo. Scoprii che si occupava di poesia, scriveva poesie. La cercai su Instagram. Iniziammo a scriverci in una chat che doveva comprendere – regola base – soltanto poesie scritte e condivise da noi. La poesia come ponte: lei di Gaeta, io di Caserta. E come tutti i ponti, la poesia mi ha fatto scoprire qualcosa di ancora inesplorato: «Come la maggior parte delle cose belle, il mio lavoro in carcere non l’ho cercato, ma mi è venuto a cercare: un giorno il poeta Davide Rondoni mi ha fatto incontrare Zingonia Zingone, poetessa e ora amica e compagna di viaggio, che da anni porta la poesia nelle carceri attraverso il progetto da lei battezzato FreeFromChains, liberi dalle catene».
Questo progetto nasce intorno a un laboratorio di poesia che dal 2015 ha luogo nel carcere di Rebibbia. FreeFromChains crede nella poesia come strumento di introspezione e contatto reale con il sé. La poesia si è rivelata uno strumento per approfondire la conoscenza dell’universo interiore, producendo risultati liberatori per i detenuti. Dalle parole di Zingonia Zingone in merito: «Imparare a condannare le proprie azioni sbagliate ma aprirsi alla possibilità salvifica che offre la poesia, di scoprirci anche capaci di pensieri buoni e parole luminose».
Oltre che a Rebibbia, anche il carcere di Poggioreale è protagonista di questo progetto. Ho chiesto ad Asia di raccontare e farci conoscere quest’esperienza di rigenerazione attraverso un momento creativo: «Ho toccato con mano una sostanza umana infinita, brillante. Da quando ho cominciato questo lavoro è come se fossi nata una seconda volta; è come se Dio m’avesse dato un altro paio d’occhi per guardare. Intanto, i giudizi e i pre-giudizi si sono disintegrati. Ho iniziato un lavoro di discernimento, ho distinto il peccato dal peccatore, ho guardato non il male ma il bene, seppur talvolta appaia quasi come un residuo, ma c’è sempre. C’è sempre un punto di luce forte al centro di quegli occhi
feriti e neri».
Mi fa davvero sorridere pensare che in fondo non ci siano tante differenze tra lo stare reclusi ed essere liberi. Cosa vuol dire essere liberi? Siamo così prepotentemente convinti di esserlo? È libero chi sta fuori di prigione? Perché allora il nostro grido è così simile al grido di chi sta dall’altra parte quando scriviamo? «Le poesie dei detenuti nascono la maggior parte delle volte da una mancanza. Ma forse non solo dei detenuti. Si tratta di persone ferite a cui la vita ha sottratto le cose più belle: gli affetti familiari, la libertà di muoversi, di avere una casa. Perciò la loro poesia si fa spesso grido. Grido di dolore e d’amore grande. Il tema della detenzione è sempre presente, per cui la poesia diventa per loro anche una maniera di sfogarsi, di ripulirsi da qualcosa. Dopo aver raccontato delle emozioni buie derivanti dalla cattività, loro si innalzano sempre verso qualcos’altro. S’innalzano».
La poesia che acquista un paio d’ali. Il suo impiego che riesce a farsi da guaritore dell’errore umano. Non sono ciance: una storia che Asia mi ha raccontato è quella dell’ex detenuto Mauro Belli, con cui ha scritto un libro “A Mauro, falla finita! La vera storia del boss della banda del buco” per CartaCanta editore. Mauro ora è libero. Però la società non lo sta aiutando per il suo reinserimento. Mauro ha scoperto la poesia in carcere grazie a Zingonia Zingone e con lei ha realizzato un percorso di consapevolezza profonda e ora vanno in giro a portare il loro libro in vari festival ed eventi. «La poesia non sta lontano dalla vita e non è una cosa accademica, ma spesso una cosa «di pancia»; che la poesia è studio e tecnica e stile, che la poesia è musica, ma è innanzitutto sostanza umana che non può abitare al di fuori della verità»
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