
Che fine ha fatto la mafia? Dove si nasconde e perché non spara più? Ma soprattutto: che fine ha fatto l’antimafia? Dopo la stagione stragista degli anni ‘90 e la morte più recente di Matteo Messina Denaro, la mafia sembra essere diventata un’entità eterea e irrintracciabile. Proprio per questo Attilio Bolzoni – ex cronista de “L’Ora” di Palermo e attuale firma del quotidiano Domani – apre con la frase “In Italia c’è sempre più mafia e ci sono sempre meno mafiosi” il suo ultimo libro “Immortali”, in cui presenta con un’analisi attenta e puntuale uno spaccato su ciò che la mafia e l’antimafia rappresentano oggi in Italia, fra contraddizioni e giochi di potere. Abbiamo avuto modo di confrontarci direttamente con lui sullo stato di salute di cui mafia e antimafia godono nel Paese in cui il pericolo rappresentato dalla criminalità organizzata viene sempre più sminuito.
Attilio, sulla base della tua esperienza da cronista, cosa ci diresti se ti chiedessimo cos’è attualmente l’antimafia in Italia?
«Intanto l’antimafia va valutata sulla base di cosa sia diventata la mafia, che è tornata se stessa e si è riappropriata della sua natura. Quella dei Corleonesi ha rappresentato un’anomalia assoluta rispetto a ciò che la mafia ha sempre dimostrato nei 200 anni precedenti e nei 35 successivi, in cui non si è mai manifestata con quella violenza all’esterno, rimanendo certo sempre violenta, ma silenziosa. E proprio per questo ritorno al passato della mafia, che l’antimafia ha avuto la sua crisi, perché non riconosce più il nemico. Lo Stato da una parte e l’antimafia dall’altra non hanno avuto la capacità di leggere che cosa stesse succedendo e si è arrivati all’erronea conclusione, non vedendo più morti per le strade, che non vi fosse più alcuna emergenza sociale».
La mafia e l’antimafia sono cambiate, e in questo chiaroscuro il lavoro giornalistico resta di fondamentale importanza per comprendere quali siano concretamente i fatti e le dinamiche. Come definiresti la narrazione giornalistica che è stata portata avanti relativamente ad eventi come l’arresto di Matteo Messina Denaro o il rilascio di Giovanni Brusca?
«Alcune volte incompleta, alcune volte direi anche fuorviante, se pensi all’arresto di Matteo Messina Denaro, con la gran parte della stampa che raccontava del viagra sul comodino, della calamita del padrino sul frigorifero, delle amanti. Ma nessuno che si interrogasse su chi l’avesse tutelato per 30 anni fornendogli delle protezioni verticali. La stampa non si è comportata in maniera esemplare a mio avviso; la narrazione che sta passando, soprattutto politicamente, è quella di un’emergenza ormai finita, inesistente. La mafia viene sempre considerata, dallo Stato e anche da un’antimafia ignorante, un problema di ordine pubblico, non una grande questione italiana».
Gli strumenti della criminalità organizzata sono cambiati. Non credi che i mezzi a disposizione dello Stato, anche a livello legislativo, siano ormai limitati?
«La legge in materia di associazione a delinquere di stampo mafioso ha quasi mezzo secolo e avrebbe bisogno di qualche ritocco, ma me ne guarderei bene prima di portare delle modifiche in Parlamento sulla legge sull’associazione mafiosa con i tempi che corrono, perché ne farebbero carne di porco. Dopo tutti gli scandali che ci sono stati a me pare che vogliano azzerare tutto, anche rispetto alle norme sul sequestro dei beni. Da parte della politica, c’è incompetenza, lassismo, distrazione, ed è molto pericoloso perché si arriverà a modificare le leggi per le quali sono morte le persone».
Com’è cambiato il lavoro del giornalista e qual è lo stato in cui il giornalismo italiano attualmente si trova?
«Di giornalisti giovani e bravi in Italia ce ne sono tantissimi, forse anche più di prima, ma questi sono espulsi dal sistema dei giornali e delle televisioni. Questo è il punto importante, perché questi giornalisti senza garanzie sanitarie, sindacali, normative, cosa fanno? Vanno in luoghi pericolosissimi, senza nessuna copertura. Questi fanno il giornalismo. Al contrario, c’è un giornalismo molto innocuo, che si chiude nelle redazioni, molto superficiale sui temi della mafia oggi, perché è un giornalismo senza sapere, ed il sapere fa la differenza».
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