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INTERVISTA. Camille Eid sulla crisi umanitaria in Libano: "Violazioni continuano con pretesto di difesa"

Redazione Informare
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8 novembre 20246 min di lettura

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INTERVISTA. Camille Eid sulla crisi umanitaria in Libano: "Violazioni continuano con pretesto di difesa"

Indice (4)

  • 1Il Libano sta vivendo una delle stagioni più drammatiche e violente della sua Storia, con una crisi umanitaria aggravata dalla furia israeliana che, a partire dal 23 settembre, si è abbattuta sul Paese arrivando ad attaccare persino il contingente UNIFIL, che presidia i territori di confine con lo Stato di Netanyahu. Lei, professore, ha un osservatorio privilegiato sulla questione mediorientale, può aiutarci a fare chiarezza su quanto sta accadendo? 
  • 2Si potrebbe ipotizzare, quindi, anche una guerra per il controllo dell’acqua, viste le mire israeliane su territori attraversati da fiumi. Ricordiamo quanto l’approvvigionamento dell’acqua sia per Israele una quasi situazione emergenziale? 
  • 3L’attacco che la popolazione civile libanese sta subendo è solo l’ultima delle sciagure. Ricordiamo il default economico che va avanti da 5 anni, la terrificante esplosione nel porto di Beirut e lo stallo istituzionale che paralizza da 2 anni l’elezione di un Presidente della Repubblica (che per Costituzione deve essere di confessione cristiana) e vede in carica un esecutivo che governa solo gli affari correnti. Quanto incide questo scenario interno sulla facilità di attacco israeliano? 
  • 4Tutto quanto sta avvenendo assume dei contorni ancora più preoccupanti per l’imbarazzante silenzio degli Organismi Internazionali a tutela dei Diritti umani e dell’infanzia, in merito alle violazioni in atto. Si contano migliaia di adulti e bambini morti tra i civili, scuole chiuse, povertà crescente, disastri ambientali. Cosa aspetta la comunità internazionale ad intervenire? 

Il prof. Camille Eid, nato a Beirut da una famiglia cristiano maronita, durante la guerra civile libanese si trasferisce in Italia dove inizia una intensa collaborazione con varie testate cattoliche favorendo, mediante i suoi articoli, interviste e reportage, una puntuale informazione sul mondo arabo, le comunità cristiane orientali e l’islam politico.  

È autore del bestseller Cento domande sull’Islam (Marietti, 2002) e di altri sette volumi, alcuni dei quali tradotti in altre lingue. Dirige l’associazione l’”Araba Fenice, Centro studi sulle culture del mondo arabo” costituita da studiosi, ricercatori e dottorandi, molti dei quali con esperienze di lavoro, di studio o di vita nei Paesi arabi, tutti accomunati dalla volontà di incoraggiare la conoscenza del mondo arabo e favorire attività di scambio culturale con un contesto allo stesso tempo vicino e sconosciuto.  

Il Libano sta vivendo una delle stagioni più drammatiche e violente della sua Storia, con una crisi umanitaria aggravata dalla furia israeliana che, a partire dal 23 settembre, si è abbattuta sul Paese arrivando ad attaccare persino il contingente UNIFIL, che presidia i territori di confine con lo Stato di Netanyahu. Lei, professore, ha un osservatorio privilegiato sulla questione mediorientale, può aiutarci a fare chiarezza su quanto sta accadendo? 

«L’obiettivo dichiarato di Israele è spostare i miliziani sciiti di Hezbollah armati dall’Iran, ritenuti sodali di Hamas, oltre il fiume Litani circa 20 km a nord della linea di confine con Israele. Ma a questo territorio, che rappresenta il 25% del Paese ed è abitato anche dalle comunità cristiano maronite, è stato imposto l’ordine di evacuazione giustificato con il pretesto di evitare perdite civili durante le battaglie, e causando circa un milione di sfollati. Una delle comunità maronite che non ha accettato di trasferirsi racconta di uno scempio ambientale messo in atto rendendo incoltivabili e non più bonificabili i terreni, bruciati dall’utilizzo di fosforo bianco e dai bombardamenti, in violazione alle leggi internazionali. Infatti i reali obiettivi di Israele sono molto più ampi, come dimostrato dal fatto che l’obbligo di evacuazione ha riguardato anche decine di località poste oltre il fiume Litani; inoltre, tramite l’emissario americano. alle autorità libanesi sono state dettate le condizioni israeliane per un cessate il fuoco in Libano, tra le quali la volontà israeliana di continuare a sorvolare gli spazi aerei del Libano imponendola come regola, una violazione che va avanti da anni. Inoltre, agli attacchi israeliani, le milizie Hezbollah, smentendo la narrazione israeliana riguardo la distruzione degli arsenali nemici, stanno rispondendo lanciando razzi in Israele, vedi la Galilea e la stessa casa di Netanyahu».  

Si potrebbe ipotizzare, quindi, anche una guerra per il controllo dell’acqua, viste le mire israeliane su territori attraversati da fiumi. Ricordiamo quanto l’approvvigionamento dell’acqua sia per Israele una quasi situazione emergenziale? 

«Effettivamente il confine spostato sul fiume Litani era un’idea del progetto sionista del 1919 per il futuro Stato ebraico, che però non fu avallato negli accordi della Conferenza di Versailles. Quello dell’acqua resta una questione cruciale perché gli israeliani gestiscono le quote da distribuire alla Cisgiordania, alla Palestina e la maggior parte ai kibbutz, le comunità agricole a gestione collettiva». 

L’attacco che la popolazione civile libanese sta subendo è solo l’ultima delle sciagure. Ricordiamo il default economico che va avanti da 5 anni, la terrificante esplosione nel porto di Beirut e lo stallo istituzionale che paralizza da 2 anni l’elezione di un Presidente della Repubblica (che per Costituzione deve essere di confessione cristiana) e vede in carica un esecutivo che governa solo gli affari correnti. Quanto incide questo scenario interno sulla facilità di attacco israeliano? 

«Una delle tattiche israeliane è proprio aggravare il disagio economico e creare una disgregazione interna tra le diverse comunità confessionali che hanno sempre convissuto: in Libano ci sono circa 6 milioni di abitanti divisi in gruppi religiosi: sciiti, sunniti, cristiani maroniti, drusi, ma anche oltre un milione e mezzo di profughi della guerra siriana e mezzo milione di profughi palestinesi. Da quando il cambio lira libanese/ dollaro è diventato insostenibile c’è stato il tracollo finanziario dello Stato. Oggi il Governo che ha aperto oltre mille centri di accoglienza nelle scuole, non riesce a soddisfare le richieste di asilo di tutti gli attuali sfollati, alcuni dei quali sono accolti da amici e parenti, altri si stanno rifugiando o stanno ritornando in Siria, altri ancora non riescono a trovare case in affitto per la diffidenza nei loro confronti. Dall’Italia già alcune associazioni si sono mobilitate per inviare aiuti umanitari perché lo stato libanese senza l’aiuto della comunità internazionale, non potrà sostenere questa emergenza umanitaria. Ma a salvare la vocazione storica del Libano, che è il paese della convivenza islamo-cristiana ed è stato definito da Papa Giovanni Paolo II il “Paese messaggio” per la sua vocazione multiconfessionale e multiculturale, è proprio l’unità del suo popolo. A tal proposito, il 16 ottobre scorso tutti i leader religiosi si sono incontrati presso la sede patriarcale maronita e insieme hanno concordato di doversi ricompattare, superando ogni divisione perché solo restando uniti e svolgendo le elezioni si può respingere l’offensiva israeliana».  

Tutto quanto sta avvenendo assume dei contorni ancora più preoccupanti per l’imbarazzante silenzio degli Organismi Internazionali a tutela dei Diritti umani e dell’infanzia, in merito alle violazioni in atto. Si contano migliaia di adulti e bambini morti tra i civili, scuole chiuse, povertà crescente, disastri ambientali. Cosa aspetta la comunità internazionale ad intervenire? 

«Occorrerebbe una tutela internazionale presso il Consiglio di Sicurezza per ritornare ad una situazione in cui le risoluzioni dell’ONU siano applicate da tutte le parti coinvolte. Questo però non accade e le violazioni dei territori, delle acque e degli spazi aerei dei territori altrui continuano con il pretesto della difesa del proprio territorio. Anche l’attuale narrazione che la guerra è tra Israele ed Hezbollah non è corretta perché Israele sta attaccando tutto il Libano e proprio lì, dove gli sciiti del Sud si stanno rifugiando, avvengono gli attacchi. Questa strategia della paura innesca una diffidenza verso gli sfollati da parte delle altre comunità che offrono accoglienza». 

di Angela Mallardo

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