
Il sostituto procuratore di Santa Maria Capua Vetere Gionata Fiore interviene su riforma Cartabia, ddl Nordio, intercettazioni e misure cautelari.
Nella redazione di Caserta abbiamo incontrato il dottor Gionata Fiore, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, per analizzare le riforme che stanno ridisegnando il sistema penale. Dalla riforma Cartabia al ddl Nordio, fino ai decreti sicurezza del governo Meloni, l’analisi è tecnica e critica, con uno sguardo attento alle ricadute sul territorio.
«No. Occorre ampliare la pianta organica dei magistrati togati, giudicanti e requirenti. Finché non si garantirà un numero adeguato di magistrati e di aule rispetto ai processi che il Paese produce, è inutile intervenire altrove. Abbiamo già depenalizzato tutto il possibile. Il problema è strutturale. Sulla riforma Nordio, non sarà più un solo giudice per le indagini preliminari a decidere sulle misure cautelari, ma tre. Questo comporterà incompatibilità a catena nel prosieguo del processo. Non è un aumento, è una triplicazione della pianta organica necessaria, con un ulteriore allungamento dei tempi. Solo un non addetto ai lavori può pensare che così si migliori l’efficienza. Il ddl Nordio limita le intercettazioni a 45 giorni prorogabili solo con nuovi elementi concreti. È impunità, soprattutto per un certo tipo di indagati. È una norma pensata per i colletti bianchi ma che finisce per applicarsi anche a spacciatori, rapinatori e autori di furti in abitazione. In 45 giorni si riesce forse a capire chi utilizza una certa utenza. Di fatto limita l’attività d’indagine del pubblico ministero. Le intercettazioni restano centrali. Sono uno strumento necessario per i reati moderni. Dovremmo investire in sistemi capaci di penetrare piattaforme crittografate usate dalla criminalità organizzata. Invece si restringono anche gli strumenti ordinari».
«Molto spesso un fascicolo non nasce come mafia. Nasce come reato comune: riciclaggio, reati contro la pubblica amministrazione, frode fiscale. Se blocchi all’origine la possibilità di intercettare su fenomeni comuni, difficilmente arriverai ad accertare il sistema mafioso che c’è dietro. Non si parte dall’etichetta, ma dall’indizio. Sull’abolizione dell’abuso d’ufficio è un provvedimento non adatto a uno Stato di diritto. Oltre ad essere un reato spia di condotte più gravi, consentiva di reprimere vantaggi o danni anche senza contropartita economica. Già nel 2020 era stato limitato alle violazioni di norme primarie non discrezionali. Qual è la paura della firma quando te la impone una norma primaria vincolante?».
«È populismo penale. Il diritto penale non può nascere sull’onda emotiva. Le norme per reprimere certi comportamenti già esistevano. C’è una certa schizofrenia: da un lato si vuole mettere tutti in carcere, dall’altro si denuncia il sovraffollamento. Se vogliamo pene effettive dobbiamo investire nell’edilizia carceraria, cosa che nessun governo ha fatto seriamente. Non si può lasciare la punizione di certi reati alla volontà del privato esposto a timori. Molti non querelano per paura o disinteresse, come nel caso dei turisti borseggiati. Il numero eccessivo di processi non dipende dall’eccessiva penalizzazione, ma dal fatto che per molti reati nessuno accede ai riti alternativi, puntando alle lunghezze del dibattimento e quindi alla prescrizione, che in Italia è una sorta di amnistia occulta».
«Interromperla al rinvio a giudizio e fissare termini di decadenza per il primo grado, come già fatto per appello e cassazione. Ma prima occorre rafforzare organici e personale amministrativo. Reati come corruzione e frodi fiscali emergono anni dopo e spesso non si arriva a sentenza prima della prescrizione».
«Non riduce i tempi ed è ingiusta. Si basa sull’idea che il giudice di primo grado, quando assolve, non sbagli. Ho visto errori evidenti corretti in appello su ricorso del PM, anche a tutela delle vittime. Ora non posso più farli valere. Siamo umani, l’errore è possibile in ogni grado».
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