
Presentare la figura di Maurizio Giordano è apparentemente superfluo, poiché nostro editorialista da mesi, ma proprio per tal ragione è utile rimarcare il prestigio e la caratura delle nostre firme. Da poco terminato l’incarico, il dott. Giordano è stato Sostituto di punta della Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Napoli, è un uomo che ha dedicato la vita al contrasto dei gruppi criminali casertani, uno fra tutti ovviamente, il clan dei Casalesi. Proprio su quest’ultimo il dott. Giordano ha deciso di scrivere un libro, fresco di uscita, sulle origini, sviluppo e – leggero e purtroppo non definitivo – declino di una delle organizzazioni criminali più pericolose d’Italia. Una vera e propria enciclopedia sui Casalesi, frutto dell’esperienza cumulata negli anni di lotta al cancro che ha infestato la sua terra natale.
In occasione dell’uscita de “Il buio e l’alba. Racconto sul clan dei casalesi” con cui Giordano si spoglia dei panni di magistrato per assumere quelli di scrittore, il procuratore cambia veste anche all’interno del nostro giornale, passando da editorialista ad intervistato. Non potevamo non approfittarne, infatti, per porgergli qualche domanda in più sul libro e sul tema.
«Come scrivo nel libro, non è morto, ha solo cambiato pelle. Ora ha una veste più imprenditoriale, si insinua nella P.A. e non fa più uso della violenza, almeno non in maniera eclatante come prima. Ci sono inchieste che stiamo portando avanti su fatti attuali, e le famiglie dei gruppi continuano a vivere in maniera agiata. Questi sono segnali che il clan è ancora vivo».
«In due modi: con un’operazione culturale, rivolgendosi alle nuove generazioni spiegando come quello sia un modello perdente, formando una cultura dissociativa rispetto a quel contesto, affinché il clan venga isolato e non subentrino nuove leve; parallelamente bisogna operare attraverso gli strumenti dello Stato. Indagini, attività repressiva, e soprattutto contrasto ai patrimoni illeciti delle organizzazioni. Se riesci a colpirli nella tasca, toccando il loro fine ultimo, cioè quello di fare denaro, può essere una forma di contrasto molto impattante».
«Fino agli anni 2008/09 il core-business era rappresentato dal traffico di droga e dalle estorsioni, con prevalenza di quest’ultimo. Dal 2010 in poi, dopo la cattura dei grandi latitanti e la riorganizzazione del clan, è divenuto l’attività di infiltrazione e gestione negli appalti pubblici. Dalle nostre indagini risulta che molti appalti pubblici vengono controllati dalle imprese mafiose, questo spiega perché le famiglie dei detenuti vivono ancora agiatamente e i collaboratori di giustizia scarseggiano».
«A parte la cattura degli ultimi latitanti, Antonio Iovine e Michele Zagaria, indubbiamente decisiva, sono convinto che il momento fondamentale in cui il clan ha capito che era finito il momento del silenzio e dell’oscurità che regnava sulla loro attività, è stato quando ha deciso di collaborare Massimiliano Caterino, l’Amministratore Delegato del gruppo Zagaria. Quando lui ha cominciato a raccontare i numerosi rapporti tra Zagaria e molti imprenditori, abbiamo potuto istruirci e focalizzarci sulla nuova veste del clan, consentendoci di intervenire con numerose sentenze».
«Purtroppo, finché non si elimina la linfa vitale dell’organizzazione camorristica, cioè finché non si intacca il loro patrimonio occulto, ci sarà sempre qualcuno che, di fronte all’abiura di un capo, prende le redini al suo posto. Come diceva Falcone, l’obiettivo primario è sempre stato quello di combattere i soldi di questa gente. Se prendi i soldi di queste persone, li indebolisci, perché senza soldi non si cantano messe».
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