
Il vento di crisi economica sembra appena iniziato e sembra ancora più minaccioso in un Paese che stava cercando di riprendersi dallo shock della pandemia. A preoccuparsi, oltre che le aziende, ci sono i nuclei familiari colpiti da una crisi del lavoro di notevole impatto, soprattutto se contiamo il vergognoso ritardo italiano nell’adeguamento degli stipendi. L’Italia è tra le top economie industriali, ma ha contratti di lavoro indegni per un Paese che vanta tale economia. Tutte queste contraddizioni sono ancora più tragiche nelle aree colpite da un arretramento atavico, frutto di un federalismo fiscale depravato che ha messo in ginocchio il Mezzogiorno.
Tra gli esempi più tristi c’è Caserta e la sua provincia, un territorio su cui insiste il lavoro del sindacato UGL che, guidato dal segretario Ferdinando Palumbo, è in prima fila sulle principali vertenze della provincia. Con il segretario Palumbo abbiamo fatto il punto sulla realtà del territorio casertano al netto di una crisi che fa da presagio a tempi bui.
«Questa non è una crisi sistemica dovuta ai cicli dell’economia, ma deriva da un conflitto. È qualcosa che non conosciamo, dato che una guerra in Europa mancava da tanto. L’impatto è già in corso visto l’aumento dei costi dell’energia, nei miei incontri ufficiali ho avuto modo di dialogare con imprese floride che mi hanno detto come per l’anno prossimo prospettano perdite equivalenti agli utili dello stesso anno, mi spiego: se prima avevano ricavi per 2 milioni di euro nel 2022 ora prevedono perdite pari a quella cifra nel 2023. Ciò è dovuto sia all’aumento dell’energia che a quello delle materie prime, un esempio lampante nel campo agroalimentare è l’olio di semi di girasole. La crisi ricade oltremodo sulle famiglie, con un’inflazione al 10% una famiglia media può ricadere nella povertà. È un’economia di guerra dovuta ad un conflitto: servono misure straordinarie nazionali e sovranazionali».
«È un’idea sbagliata, e non lo dico solo perché sono un sindacalista, la risposta è nei fatti. Nel 1993 nacquero i contratti nazionali collettivi di lavoro così come li conosciamo oggi e venne stabilito che i contratti andassero rinnovati partendo dall’inflazione programmata. In pratica il Governo stabiliva la misura dell’inflazione negli anni futuri e da quella cifra dipendeva il rinnovamento dei contratti. Il punto è che a fine del triennio di contrattazione bisognava verificare se l’inflazione programmata per quei tre anni corrispondeva alla reale inflazione, per recuperare quanto eventualmente perso nel rinnovo dei contratti; la realtà è che da 31 anni l’Italia non recupera quel gap. Questo non è un problema legato alla guerra, ma è insito nel nostro sistema. Se per 31 anni non hai adeguato all’inflazione gli stipendi, non devi meravigliarti di essere in fondo alle classifiche europee sui redditi… nonostante siamo la settima economia mondiale. Se non si trova il modo di mettere nelle tasche dei lavoratori 300/500 euro per colmare il gap degli ultimi anni, ci troveremo con una povertà crescente».
«Non mi innamoro dei provvedimenti “spot”. Senza un programma industriale strutturato e serio non si può parlare di un’efficacia reale degli sgravi sulle assunzioni. Occorrono strumenti che debbano agire in organico e sintonia tra loro, non abbiamo bisogno di misure “spot” che nei fatti cambiano ben poco».
«Sono fiducioso. La Presidente Giorgia Meloni ha detto subito che riprenderà il dialogo con i corpi intermedi, credo sia una dichiarazione molto importante».
«Chi ha creato il Rdc non ha dialogato con i territori e i corpi intermedi. Avrebbero dovuto censire meglio i fruitori e comprendere che, in alcune aree d’Italia, la misura poteva scadere nel mero assistenzialismo. Il centrodestra non vuole cancellare il Rdc, ma migliorarlo».
«Quota100 è nata in casa UGL. Per me è immorale andare in pensione a 67 anni, non è umano. La Lega si è esposta molto, ma tutto il centrodestra si è impegnato nel superamento della Legge Fornero. Speriamo bene. Di certo mandare in pensione più persone ha come conseguenza un aumento delle assunzioni dei giovani».
«Durante la pandemia si è parlato di regolarizzazione dei lavoratori immigrati che lavorano in agricoltura, è stata una misura che ci ha fatto comprendere la cifra del cambiamento di cui necessita la nostra provincia. Il covid ha fatto emergere la condizione di irregolarità di lavoratori stranieri nei campi e che aiutavano il nostro made in Campania; ci hanno fatto notare che vi era un’intera filiera da sistemare e che partiva dal fenomeno dell’immigrazione. Questo esempio è utile a farci comprendere che l’esperienza del covid ci ha mostrato problematiche che vanno affrontate con competenza. La provincia di Caserta vive di abitudine allo status quo, l’esempio emblematico è la Reggia di Caserta: una delle dimore reali più belle d’Europa, ma il turista la visita per poi andare a mangiare a Napoli. Questo perché non c’è dialogo, il comune non parla con la Sovraintendenza, il museo non parla con il territorio e dunque le potenzialità sono sempre intrappolate. Oggi Caserta vive un’emergenza straordinaria che è quella legata alla filiera bufalina, eppure anche in quel caso non si riesce a comprendere che questa è la prima vertenza del territorio, anzi d’Italia, perché quel segmento in crisi non è solo l’allevatore o la mozzarella, ma sono tutti i lavoratori che contribuiscono alla filiera».
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