
Dopo la sentenza contro il Teatro Due di Parma e le accuse di violenza contro il regista Walter Le Moli, nasce il collettivo Dieci Teatranti.
Davide Raffaello Lauro nasce come attore napoletano, eppure non è solo un attore. O forse, oggi, definirsi soltanto così gli sta stretto. Il suo percorso – tra Napoli, Parma e Siracusa – racconta una traiettoria fatta di continui spostamenti, non solo geografici ma anche identitari: attore, sì, ma anche formatore, pedagogo, regista, organizzatore, tecnico. Un modo di stare al mondo, prima ancora che un mestiere. Fare l’attore oggi, per lui, significa confrontarsi con un mestiere precario, poco tutelato, in cui spesso non si riesce a vivere davvero di teatro. I sacrifici sono molti, non solo economici ma anche personali, e passano anche dal dover continuamente affermare la dignità del proprio lavoro. Eppure, resta una scelta quotidiana, sostenuta da quella che lui chiama la “rabbia di chi ama”: una passione che non si spegne, ma si fa critica. Anche nell’insegnamento la postura è la stessa: responsabilità, etica, esempio. L’allievo non come contenitore da riempire, ma una luce da accendere. Prima ancora che artisti, cittadini. Perché il teatro, per Lauro, è un atto politico: se non prende posizione, diventa autoreferenziale.
È dentro questa visione che si inserisce la sua (e non solo) scelta di esporsi pubblicamente dopo la vicenda del Teatro Due di Parma, attraverso lanascita del collettivo “Dieci Teatranti”. Una presa di posizione che attraversa l’intervista e apre una domanda più ampia: quale ruolo può e deve avere oggi il teatro?
«Sono una persona a cui piace mettersi in discussione, che ha bisogno di nuovi stimoli per fare sì che il poco che so non ristagni nel cervello e non diventi come acqua putrida. […]Di Parma ne avevo sentito parlare abbastanza bene da colleghi e colleghe che avevano frequentato in passato, come formazione certamente ma anche, non lo nego, come network di lavoro. Parliamo di una Fondazione importante, con sovvenzioni statali ed europee consistenti ed una struttura enorme, con più di dieci sale teatrali tra interni ed esterni. Oltre al loro più grande vanto, essere unico Teatro in Italia ad avere una compagnia stabile di attori con contratto a tempo indeterminato».
«Tra noi c’era la speranza che prima o poi qualcuno sarebbe venuto a parlarcene, anche solo per informarci, così non è stato. La sentenza è stata pubblicata il 20/09/2025, ma solo a novembre è stata ripresa da alcune testate locali. Il 6 dicembre c’è stato un incontro pubblico organizzato da Casa delle donne di Parma e Amleta a cui una rappresentanza di noi ha partecipato (io personalmente). A quell’incontro erano presenti anche Veronica Stecchetti e Federica Ombrato che hanno portato la loro testimonianza, oltre a varie associazioni cittadine. L’incontro è statomolto partecipato e ci ha sbattuto in faccia una verità tenuta nascosta per anni, inquietante e di una gravità assoluta. Intanto, Teatro Due pubblica un comunicato in cui respinge tutte le accuse e annuncia che farà ricorso d’appello alla sentenza, sostenendo che gli abusi e le violenze erano avvenute al di fuori del teatro e che il regista agiva di nascosto. Peccato che la fama del regista era ben nota non solo a Parma ma anche in altre città. Il suo era un modus operandi ripetitivo: le prime testimonianze di abusi risalgono al 1998. […] Ci siamo riuniti e abbiamo deciso, tutta la classe insieme ad alcuni lavoratori, di redigere un primo comunicato. Comunicato che abbiamo letto il 9 dicembre alla presenza della direttrice Paola Donati che essenzialmente ha risposto ribadendo la sua posizione. Da quel momento, abbiamo fatto riunioni giornaliere per discutere sulla vicenda e ogni giorno emergevano nuovi dettagli inquietanti. […] Ad oggi sono solo 4 allievi frequentanti, noi 9 insieme al nostro tutor del corso siamo in sciopero appunto dal 9 dicembre. Ci siamo dati il nome di Dieci teatranti».

«La famosa lettera dei 21… abbiamo saputo che in realtà sono anche più di ventuno ma qualcuno non voleva esporsi pubblicamente solo privatamente. Riguardo a questo caso specifico mi è davvero dispiaciuto leggere alcuni nomi. Sarò diretto e breve, per me è una lista di nomi da boicottare, la vedo come un promemoria che ricorda gli artisti da non sostenere in alcun modo. Sul perché lo abbiano fatto, non so, bisognerebbe chiedere a loro, ammesso che rispondano sinceramente. Diciamo che uno dei firmatari della lettera, per esempio, instaura dinamiche tossiche e violente di compagnia, quindi almeno è coerente. Un altro firma perché altrimenti perderebbe il suo light designer, alcuni giovanissimi perché coerenti con il loro arrivismo e poi, se hanno fatto parte della cerchia eletta del regista condannato, come potrebbero redimersi?».
«Per fortuna il vento, possiamo dire, sta cambiando. Questo soprattutto, ci tengo a sottolineare, grazie alle nuove generazioni che hanno una sensibilità diversa e una comprensione più ampia di alcune dinamiche. Purtroppo, l’omertà è diffusa in Teatro. Il lavoro è pochissimo. Il poco che si ha si tiene il più stretto possibile a qualsiasi costo. Ecco, io ho deciso che qualsiasi costo non è possibile e, come tanti altri, ho messo un limite. In teatro ci sono dinamiche di potere pericolose. […] Quello che hanno avvertito Federica e Veronica lo si può respirare in parecchie realtà teatrali italiane, magari con meno gravità ma la dinamica è la stessa. Gli attori sono l’ultima ruota del carro, dipendenti dal regista di turno o dalla produzione per poter guadagnare i quattro denari che gli consentono di pagare le bollette. Il discorso si fa più difficile e intricato per chi è più avanti con l’età e magari ha famiglia, difficilmente tenderà ad esporsi, a prendere posizione. Una questione spinosa, difficile, ma su cui varrebbe la pena discutere».
«In occasione della giornata di San Valentino in accordo con varie associazioni parmigiane abbiamo letto in piazza stralci della sentenza, proprio per sensibilizzare le persone che ancora non conoscono la vicenda. La nostra posizione resta la stessa dall’inizio dello sciopero: abbiamo chiesto e chiediamo scuse pubbliche e presa di responsabilità da parte dell’ente. Devo dire che siamo stati inondati di solidarietà da tanti artisti, compagnie, giornalisti, colleghe e colleghi o anche da comuni cittadini di Parma».
«Personalmente l’aspetto che mi interesserebbe portare alla luce è la non esposizione, la non presa di posizione di tante persone che hanno frequentato Teatro Due e sono a conoscenza delle dinamiche o semplicemente di chi si è informato sulla vicenda e, pur condannandoli, resta in silenzio. Questo silenzio dobbiamo romperlo, se vogliamo che realmente qualcosa cambi. Chiaro che significa schierarsi, significa fare delle rinunce personali, ma se guardiamo sempre ed esclusivamente il nostro orticello, oggi va male a me, domani a te. Noi abbiamo fatto delle rinunce importanti in termini economici, artistici e personali, le abbiamo fatte perché crediamo sia l’unica cosa possibile da fare davanti a fatti di questa gravità. Mi piacerebbe che altri nel loro piccolo trovassero il coraggio di fare certi tipi di scelte. Se non si mette un limite, se non si dice mai “no”, se non si fanno delle rinunce reali, ci sarà sempre un sistema che continuerà ad alimentarsi di paura, omertà e ipocrisia. Magari in altre declinazioni, ma di vicende gravi come queste, purtroppo ne sentiremo ancora parlare».
«Fabiana Iacozzilli, che ho avuto il piacere di conoscere, quest’anno è stata in stagione a Teatro Due con il suo ultimo spettacolo. Pochi giorni prima del debutto parmigiano, ha pubblicato un post in cui prendeva le distanze dalla posizione del teatro rispetto alla vicenda, condannava l’atteggiamento assunto dalla direzione ed esprimeva piena solidarietà alle vittime. Chiarendo che il suo spettacolo sarebbe andato in scena per accordi precedenti e perché, come sappiamo, ci sono delle penali contrattuali abbastanza rilevanti, in caso di inadempienza. Quindi Fabiana, come altri esponenti più o meno noti del settore si sono esposti pubblicamente contro il Teatro. Dove sono tutti gli altri? […] c’è anche chi si mostra pubblicamente fiero di far parte di Teatro due, ringraziando l’ente o l’attore con cui ha lavorato (lo stesso attore che ha testimoniato a favore del regista nel processo). Ringraziano il nuovo direttore, assistente storico del regista condannato, citato più volte nella sentenza, come persona presente a lezione durante alcuni abusi e molestie. […] L’atto di stare su un palcoscenico per parlare con un pubblico è di per sé un atto politico. Ci vuole responsabilità, competenza e coscienza per parlare ad un pubblico, qualsiasi esso sia. Domandarsi qual è il ruolo del teatro oggi? È necessario? Se sì, perché? […] Il teatro non può proporsi come mezzo di intrattenimento, oggi ci sono mezzi più efficaci e veloci per svagarsi e per intrattenersi. Dovrebbe essere un luogo dove esseri umani parlano ad altri esseri umani, dal vivo e sinceramente, dove ci si possa confrontare su temi scomodi, dove si possano porre domande importanti per il futuro dell’umanità. Dove la polis possa riunirsi per dibattere politicamente».

Se i tuoi allievi dovessero leggere questa intervista, cosa vorresti dire loro, al netto di tutto ciò di cui abbiamo parlato?
«Di nutrire la loro anima e di investire su loro stessi, sulla loro formazione come esseri umani prima che di artisti. Di chiedersi il perché, di non accontentarsi, di avere coraggio, quello che non ha avuto chi è venuto prima di loro. Magari anche di avere un piano B abbastanza solido, perché il fare o non fare l’attore dipende da tantissime variabili, il talento è tra le ultime. Io sono molto orgoglioso dei miei allievi, cerco di non fare con loro un lavoro meramente ed esclusivamente tecnico, cerco nel mio piccolo di formare artisti, esseri pensanti. So che loro, al mio posto, avrebbero fatto la stessa cosa».
Intervista a cura di Daniela Quaranta
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