
Il nostro tempo è caratterizzato da uno stato di perenne incertezza, una fase aleatoria nella quale tutti sembriamo in bilico. Per le nuove generazioni il futuro pare compromesso, o quantomeno da scrivere con mille difficoltà. Potremmo senz’altro definire il tempo di oggi quello del ridisegnamento dei vecchi assetti geopolitici, che per tanti decenni, almeno in Europa, avevano garantito la pace. Nello scacchiere delle grandi potenze si affacciano nuovi attori, paesi con una governance spregiudicata e un appeal forte, soprattutto verso il ricco continente africano, ormai pienamente nella sfera dei nuovi protagonisti mondiali.
«C’è un senso diffuso di disorientamento tra i giovani, un’incertezza che affonda le sue radici nella crisi del sistema internazionale. Lo si percepisce chiaramente nelle aule universitarie, dove l’atmosfera è cambiata radicalmente rispetto a quella degli anni Novanta». All’epoca, racconta il professor Settimio Stallone, docente di Storia delle Relazioni Internazionali presso l’Università Federico II di Napoli, «si respirava un clima di fiducia e apertura. Era il tempo della fine della Guerra Fredda, del multilateralismo, della ritrovata centralità delle Nazioni Unite, della globalizzazione vista come veicolo di stabilità, crescita economica e superamento della povertà. La Russia post-sovietica e la Cina iniziavano ad essere reintegrate nel sistema internazionale; si parlava di prosperità condivisa, di uno sviluppo diffuso. Quel mondo, però, non ha mantenuto le promesse. Molti dei presupposti su cui si fondava quella visione ottimistica sono crollati. L’instabilità è tornata a dettare le regole, riportando con sé dinamiche che sembravano appartenere a un’altra epoca».
Secondo Stallone, è proprio questa cesura storica che rende difficile per i giovani comprendere la realtà attuale. Cresciuti in una narrazione post-bellica che dava per scontata la pace nel continente europeo, oggi si trovano di fronte a un ritorno del conflitto come strumento di risoluzione delle controversie. La guerra non è più una memoria da studiare nei libri o un’immagine da osservare sullo schermo: è una realtà concreta. «Anche l’Unione Europea, che aveva rappresentato un modello di integrazione e stabilità, mostra ora tutti i suoi limiti. Nata con il Trattato di Maastricht, rafforzata con l’unione monetaria, l’UE ha cercato nel corso dei decenni di costruire una casa comune per i popoli del continente». Ma oggi, osserva il professore, fatica a trovare una visione condivisa, una direzione chiara. I temi di discussione non sono più l’integrazione, la crescita o la mobilità, ma piuttosto le politiche di difesa, la produzione e l’acquisto di armi.
A tutto ciò si aggiunge la ridefinizione dei rapporti con le grandi potenze del sistema internazionale. «La Cina, che negli anni Novanta era percepita come una straordinaria opportunità economica, oggi è rappresentata come una minaccia strategica. Allora si parlava di delocalizzazione della produzione, di nuove opportunità finanziarie, di cooperazione commerciale. Oggi domina la diffidenza, la competizione, la paura. Anche gli Stati Uniti non sono più il punto di riferimento stabile di un tempo. Negli ultimi mesi si è assistito a una svolta netta nella politica estera americana, che sembra aver rinnegato decenni di impegno internazionale fondato sulla promozione della democrazia, del liberalismo economico e dell’apertura dei mercati» spiega Stallone. Questa trasformazione ha avuto l’effetto di incrinare profondamente i rapporti transatlantici, mettendo in discussione quella sintonia tra Stati Uniti ed Europa che aveva caratterizzato il secondo dopoguerra. In questo contesto, il futuro appare sempre più opaco. I giovani si affacciano a un mondo dove le coordinate tradizionali della geopolitica sono saltate, dove le potenze storiche ritrattano i loro ruoli e dove i nuovi equilibri sembrano ancora lontani dall’essere definiti.
Nel raccontare lo stato del mondo contemporaneo, il professor Stallone rifiuta letture semplicistiche o allarmistiche. «Non si tratta, precisa, di essere sull’orlo di una terza guerra mondiale, né di vivere un’epoca eccezionalmente più violenta del passato. Ma è innegabile che oggi il conflitto sia tornato ad abitare con insistenza gli spazi della politica internazionale». L’espressione usata da Papa Francesco, “una guerra mondiale a pezzi”, gli sembra la più adatta a fotografare la realtà attuale: una molteplicità di crisi localizzate, spesso scollegate tra loro, ma che insieme producono un effetto destabilizzante e diffuso. Due sono le faglie principali lungo le quali si concentrano queste tensioni. La prima attraversa l’Eurasia, partendo dal Mar Baltico per arrivare al Golfo Persico: è la faglia lasciata aperta dalla fine della Guerra Fredda, una linea lungo la quale si sono sedimentati conflitti congelati, minoranze irrisolte, ambizioni geopolitiche riemerse. A questa si collegano situazioni ancora irrisolte: il conflitto russo-ucraino e le tensioni nel Caucaso. La seconda faglia, non meno pericolosa, attraversa invece l’Asia orientale. Parte dal confine tra le due Coree, passa per Taiwan e si estende lungo tutto il Mar Cinese Meridionale, coinvolgendo le Filippine, il Vietnam, il Brunei, la Malesia. «Qui è la Cina a muoversi con decisione crescente, spingendo per affermarsi come potenza continentale egemone. Le sue ambizioni si scontrano con gli interessi degli Stati Uniti e dei loro alleati regionali, in una dinamica che rischia di trasformare rivalità commerciali e tecnologiche in contrapposizioni militari».
Accanto a queste due grandi direttrici di tensione, esistono poi molteplici crisi “minori”. «Particolarmente delicata è la situazione nella fascia del Sahel, dove il terrorismo jihadista, il traffico di armi e la fragilità istituzionale creano un ambiente particolarmente difficile. Ma anche in America Latina, dove la guerra tradizionale non è presente, si combattono conflitti di altra natura. Qui la principale minaccia è rappresentata dai “narcostati”: paesi come Ecuador, Messico, Colombia e Perù dove il potere del narcotraffico ha infiltrato strutture istituzionali e sociali, generando un tipo di guerra meno visibile ma non meno devastante» conclude Stallone.
Lidia Ginestra Giuffrida, giornalista freelance, impegnata da anni nel raccontare le zone di guerra e le conseguenze dei conflitti, tra cui quello israelo-palestinese, è stata più volte in Israele e nei territori occupati della Cisgiordania, seguendo la crisi anche da Giordania, Egitto e Libano. È stata in Siria durante l’avanzata turca in Kurdistan, e oggi si trova in Ucraina per documentare gli effetti dell’invasione russa. Secondo Giuffrida, quanto sta accadendo a Gaza non può più essere descritto semplicemente come una guerra. La portata della violenza in atto, spiega, rappresenta piuttosto un massacro, che mette in luce non solo l’orrore del conflitto in sé, ma anche il ruolo sempre più fragile del giornalismo nel raccontarlo.
«Da un lato assistiamo alla totale violazione del diritto internazionale, dall’altro ad un’informazione che sembra in appoggio al potere» ci dice. In particolare, la giornalista sottolinea come il racconto dominante da parte di molti media occidentali si sia appiattito su una narrazione unilaterale, incapace di restituire complessità e verità. «Il sostegno incondizionato a Israele da parte di buona parte della stampa, l’incapacità di raccontare Gaza per quello che realmente è, stanno allontanando sempre più le persone dall’informazione tradizionale. La propaganda bellicista che filtra in molti giornali disorienta e svuota la fiducia».
In questo scenario emergono, secondo lei, nuove fonti: sono i giornalisti indipendenti, i freelance, i blog sul campo a costruire oggi una contro-narrazione. «Le informazioni reali provengono da chi, spesso senza tutele, sceglie di raccontare il conflitto rischiando tutto, anche andando controcorrente. È da lì che si sta formando una nuova credibilità». Il suo racconto di Gaza, divulgato attraverso un diario di guerra pubblicato su L’Espresso, riporta una situazione drammatico: «Chi vive nella Striscia non sa se si sveglierà il giorno dopo. La morte non arriva solo con le bombe, ma si insinua nella fame, nel freddo, nella mancanza di cure. È una morte sistematica, ragionata a tavolino». In questo contesto, secondo la reporter, il giornalismo dovrebbe riappropriarsi della propria funzione essenziale, che è quella della denuncia, della memoria, della testimonianza: «Il ruolo del cronista nei conflitti è quello di conservare la verità per il domani. È un lavoro scomodo, ma necessario: raccontare perché quello che sta avvenendo oggi non venga dimenticato».
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