
Quotidianamente, nel centro sportivo della SSC Napoli – uno dei migliori club d’Europa, il talento e la disciplina incontrano il lavoro, abbiamo incontrato il responsabile sanitario della prima squadra, il Dott. Raffaele Canonico. Una figura chiave, spesso lontana dai riflettori ma centrale nella gestione della salute degli atleti. Con lui abbiamo affrontato un tema cruciale: il binomio tra sport e salute nelle nuove generazioni. Ne è nata un’intervista che va ben oltre il calcio professionistico, toccando temi come la prevenzione, il ruolo educativo dello sport, le insidie dell’agonismo precoce e l’importanza di una visione olistica nella formazione dei giovani atleti.
«La gestione degli impegni è una sfida continua. A differenza degli sport individuali, dove l’atleta può programmare periodi di recupero, nel calcio professionistico si gioca ogni tre giorni: tra campionato, coppe e viaggi internazionali, i carichi sono elevatissimi. Ogni piccolo segnale un fastidio, una rigidità, un’infiammazione va ascoltato e valutato. L’obiettivo è intervenire prima che si trasformi in infortunio. Per questo il dialogo tra medico, preparatore e allenatore è quotidiano e fondamentale. Senza questa comunicazione continua, sarebbe impossibile garantire performance e prevenzione insieme. Il nostro team è altamente specializzato, non ci sono figure improvvisate o inserite per convenienza. Tutti i membri dello staff sanitario sono selezionati con attenzione, molti provengono dal settore giovanile e sono cresciuti internamente alla società. Ci occupiamo non solo della diagnosi e del trattamento degli infortuni, ma anche della prevenzione e del supporto quotidiano all’atleta. Lavoriamo in sinergia con lo staff tecnico e atletico: il confronto è costante. Nel calcio moderno, dove ogni dettaglio fa la differenza, non basta avere competenze: serve anche grande equilibrio comunicativo e la capacità di interpretare dati e segnali con lucidità».
«Purtroppo l’aumento delle partite e degli impegni commerciali ha conseguenze dirette. Si gioca troppo, si viaggia troppo, spesso senza il tempo adeguato per recuperare. Anche gli allenatori più importanti, da Guardiola in poi, lo hanno denunciato: il rischio di infortuni è in costante crescita. Il sistema del calcio professionistico tende a spremere tutto dagli atleti, spesso dimenticando che sono esseri umani. L’equilibrio tra prestazione e benessere è sempre più difficile da mantenere, ma resta una priorità etica e professionale».
«Il momento migliore è il prima possibile, ma sempre attraverso il gioco. I bambini devono esplorare il proprio corpo, sperimentare, muoversi liberamente. L’approccio iniziale deve essere ludico, non competitivo. Oggi purtroppo si nota una certa carenza nella motricità di base: troppi bambini arrivano a 6-7 anni senza sapere correre bene, saltare, coordinarsi. Questo è anche colpa della scuola, che offre sempre meno spazio al movimento, e dei costi dell’attività sportiva, spesso elevati. È importante favorire l’accesso allo sport in forma libera e varia: più discipline diverse aiutano a costruire una base motoria solida, utile anche in futuro».
«Sì, e vanno presi sul serio. Se un bambino si lamenta spesso di stanchezza o dolori muscolari e articolari, non bisogna sottovalutare la cosa. Uno stato di affaticamento ripetuto non è normale per un bambino sano e attivo. È anche importante non forzare mai l’attività fisica in presenza di febbre o dopo un’influenza: somministrare una tachipirina per farlo allenare è un errore grave. Il rischio di complicanze come le miocarditi esiste. Serve una convalescenza di almeno 24-36 ore senza sintomi prima di riprendere».
«La tecnologia può essere un supporto prezioso, ma non va introdotta troppo presto. Sotto i 14 anni non ha alcuna utilità reale. Anzi, può generare ansia da prestazione, competizione eccessiva e dipendenza dai numeri. È solo dai 15-16 anni, in discipline individuali, che può diventare uno strumento di programmazione, sempre sotto la guida di un tecnico qualificato. Prima di tutto, però, lo sport deve restare un’attività di piacere, scoperta e socialità».
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