
Quando si pensa al teatro contemporaneo, quello provocatorio, quello che ti catapulta nelle storie del passato, ma facendoti riflettere sul presente, sulla realtà cruda e vile di tutti i giorni, non si può non parlare di Emma Dante.
Originaria di Palermo, regista e drammaturga, Emma Dante è la sintesi di un teatro che mira ad evidenziare le diseguaglianze sociali e di genere, portando in scena, attraverso la corporeità e i movimenti, l’essenza più animale di ogni essere umano. L’uso marcato del dialetto, prevalentemente siciliano ma anche napoletano, un mescolare il sacro e il profano, l’attenzione ai dettagli, la voce agli ultimi: il teatro di Emma Dante e nient’altro. La regista, nel corso degli anni, è stata vincitrice di tre premi UBU, rispettivamente per gli spettacoli “mPalermu” (2001/2002), “Carnezzeria” (2002/2003) e “Le sorelle Macaluso” (2013/2014) e del Nastro d’argento come miglior regista per il film “Le sorelle Macaluso” (2020).
Ho avuto il piacere di chiacchierare con lei per un po’ di tempo, discorrendo di tante cose, a partire dal mio primo incontro col suo teatro: era novembre del 2016 e al Teatro Bellini andava in scena “Odissea A/R”; fu un incontro molto felice (come i moltissimi altri che poi si sono susseguiti), uscii dal teatro con tantissimi interrogativi a cui oggi, dopo oltre sette anni di distanza, posso dare una risposta. Emma, perché il teatro? «È una domanda che risveglia motivazioni antiche perché ormai, ovviamente, a questo punto non potrei più tornare indietro. Avessi ricevuto questa domanda qualche tempo fa, sicuramente le motivazioni sarebbero state diverse, ma adesso ti dico che non c’è più un motivo perché è intrinseco, il teatro è la vita per me, non posso più farne a meno».
Un Teatro, quello di Emma Dante, che punta a mettere in scena il lato più animalesco degli uomini, ciò che effettivamente siamo dietro le maschere del quotidiano, cercando di non ricadere mai nella retorica: senza ripetere i concetti, usando modi diversi, ma portando sempre qualcosa che non faccia star tranquillo lo spettatore sulla propria sedia e nella sua comfort zone.
«Gli esseri umani – afferma la regista – anche se cambiano i modi e le epoche, sono sempre quella roba lì: nascono, vivono, lavorano, si innamorano, fanno le guerre, sono cattivi ed egoisti, si ammalano e muoiono. Ci sono sempre le stesse domande e gli stessi turbamenti. Questo sicuramente aiuta a indagare: seguendo le cose che sono state scoperte prima, cercando di non essere retorici proprio perché tutto è stato già detto e fatto; dunque, gli artisti devono cercare un altro modo di fare quella domanda e non cadere nell’enfasi. Le domande che si fanno nell’arte sono tremende, forti, a volte destabilizzano, altrimenti a cosa serve farle? Il gesto artistico serve a smuovere le coscienze e bisogna farlo senza retorica per non cadere nel banale».
Lato animalesco degli uomini che lei riesce a trasmettere soprattutto attraverso i movimenti del corpo, la gestualità e il linguaggio in scena dei suoi attori. «Io lavoro molto sulla semplicità – continua la regista – non vado mai a cercare dei concetti stratificati, troppo elaborati; cerco sempre il gesto primordiale: l’istinto. Tu parli di animali ed è vero: gli attori e le attrici quando lavorano con me devono cacciare il loro istinto e la loro animalità per non provare vergogna. Gli animali non provano vergogna e, secondo me, gli attori e le attrici devono stare su un palco in una condizione di grande imbarazzo e per farlo non devono avere pudore e provare vergogna».
Un teatro che racconta degli ultimi, che parte dalle zone più degradate per dare voce a tutte le diseguaglianze sociali. Qualcosa di provocatorio soprattutto perché il teatro è un luogo, nella maggior parte dei casi, frequentato da persone che spesso dimenticano gli ultimi. Dunque, da dove parte questa necessità di mettere in scena lo strato sociale più basso della società, davanti ad un pubblico borghese, che magari storce anche il naso? «Proprio perché a teatro vanno i borghesi – continua Emma Dante –. Certo a me farebbe piacere che a teatro andassero anche persone di un ceto sociale più basso, il “proletariato”, ma sappiamo bene che fa fatica a frequentare questi luoghi, a vedere un certo tipo di spettacoli. Quello che faccio io è questo: se loro non vengono, io li porto lo stesso. Per non far dimenticare alle persone che vivono “nel benessere” che esiste un altro mondo, più devastato e degradato rispetto a loro, ed è quello degli ultimi e dei disperati. Non bisogna dimenticare soprattutto che questo mondo è anche la maggioranza. La minoranza che viene a teatro deve trovarsi di fronte la maggioranza e cercare di riflettere sulle contraddizioni e sull’ingiustizia».
Un’altra questione su cui si pone spesso l’attenzione è quella di genere. In tutti gli spettacoli di Emma Dante c’è una forte caratterizzazione dei personaggi femminili: sono forti, tenaci, con grande energia, racchiudono la vita e, allo stesso tempo, tutti i disequilibri che affrontano ogni giorno. La tematica di genere che, ancora oggi, è molto forte, soprattutto nel mondo teatrale dove le donne fanno fatica ad emergere. Si pensi, banalmente, alla Direzione dei Teatri nella sola città di Napoli, dove le donne si contano davvero sulle dita di una mano.
E così via, dal teatro al cinema. «Purtroppo, è vero, si fa ancora molta fatica: dal teatro, alla lirica e anche al cinema. Mi fa molto incazzare, ma la situazione continua ad essere questa, anche se sono stati fatti dei piccoli passi in avanti. Forse ci sarà un momento, tra cent’anni (ma entrambe non ci saremo), in cui ci sarà un equilibrio che non c’è» – afferma Emma Dante.

Tanto di Palermo e Napoli c’è all’interno delle sue rappresentazioni teatrali. In siciliano, sua lingua madre, e in napoletano, lingua teatrale per eccellenza – come afferma la regista –, sono messi in scena i suoi testi. L’essenza delle bellezze siciliane, napoletano e l’uso dei linguaggi puri. Una forte credenza nella sua terra d’origine, ma anche in quella d’adozione, di cui tanti sono il fascino, i misteri e le bellezze. Qual è la spinta per mettere insieme queste due culture? «Napoli per me è la sorella sfacciata, cazzimmosa e coraggiosa di Palermo e per questo mi attrae. Poi, in questi anni, sto facendo uno studio su Basile andato prima in scena con “La scortecata”, poi con “Pupo di Zucchero” e adesso debutterà a marzo la terza fiaba della trilogia di Basile che è “Re Chicchinella” che è tratto da “A papera”. Oltre che con Basile, sono molto legata a Napoli perché per me il teatro nasce qui in tutte le sue manifestazioni, la lingua napoletana è quella teatrale».
Il Teatro di Emma Dante è diventato anche Cinema. La prima occasione di confronto c’è stata nel 2020 con l’uscita del film “Le sorelle Macaluso” e poi nel 2023 con “Misericordia”. Un’uscita, quest’ultima, che però non è andata come meritava. Come hai vissuto questo passaggio? «Il cinema è uno sconfinamento, però io sono una teatrante e me ne torno nel mio antro segreto del teatro dove faccio tutto e mi sento dentro un posto protetto. Il cinema è un mondo complesso, ma anche molto pilotato da altre logiche. È troppo grande, ingarbugliato per me. Nei film che ho fatto ci ho messo l’anima, ho coinvolto molte persone e ci ho lavorato per tanti anni e adesso l’uscita del mio ultimo film è stata avvilente, frustrante, mi sono sentita mortificata nel mio lavoro. Con le sorelle Macaluso non è stato così anche perché è stato presentato a Venezia, ma ad esempio Misericordia ha vinto il premio come miglior film al Festival del Cinema di Tallinn e Simone Zambelli ha vinto come miglior attore, e questa notizia non è fregata a nessuno» – tuona la Dante.
Un film, “Misericordia”, che è entrato ingiustamente nel dimenticatoio. Un film che purtroppo non ha retto i barbari meccanismi del cinema italiano dove lo studio e l’attenzione vengono sempre messi da parte dalla produzione e dal consumo. Pochissime le sale in cui era in scena e, soprattutto, ad orari scomodissimi. Forti sono stati gli appelli della regista attraverso i social che hanno fatto resistere, anche se per poco, il cinema in alcune sale italiane. «Tanta gente neanche lo ha saputo che è uscito il film perché non è stato distribuito, non è stato un film fortunato. Il risultato finale è buono non è da buttare come una “mappina sporca” come invece è stato fatto: questa cosa per me è imperdonabile. Molto probabilmente non metterò piede su un set per parecchio tempo, forse per sempre. E me ne starò a teatro, dove è giusto che io sia» – conclude la regista.
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