
Una musica che coinvolge, che integra, che unisce tutti in uno stesso ritmo: Enzo Avitabile è ormai un simbolo della canzone partenopea. Dalla lunga tradizione con i Bottari, diventati celebri in tutto il mondo, al suo ultimo album: “Il treno dell’anima”.
Un viaggio interiore in cui il cantautore invita l’ascoltatore a creare un proprio messaggio e a viversi l’itinerario, sentendosi libero di immaginare. Tanti i featuring da Rocco Hunt, Ligabue, Antonacci, Jovanotti ed altri cantanti italiani che hanno accompagnato il maestro Avitabile in un disco rivoluzionario. Il cantautore si racconta ad Informare.
«Lo cito spesso perché credo sia molto importante la riflessione che lui fa sul significante e significato. Ho preso in prestito questa sua definizione per esprimere il concetto di “suono suonante o suonato”.
Per me un suono suonante è un qualcosa che diviene giorno per giorno e non resta inscatolata, non si auto-omologa. Un suono che diviene così come le musiche del mondo e i mondi che si incrociano. Credo molto in una musica di inclusione che include l’altro e, a sua volta, sé stesso nella realtà dell’altro».
«Il Sud produce musica da sempre: non esiste musica del Sud o musica del Nord. La matrice culturale è importante perché è un segno di consapevolezza della propria identità culturale, però credo che sia importante accogliere tutte le conoscenze dei popoli della Terra. Io credo in una contaminazione felice in cui tu resti profondamente ciò che sei, ma sei anche disposto a cambiare e ad evolverti».
«Ho scoperto una cosa importante: non bisogna mai dare nulla per scontato in musica. Come diceva Mozart: in musica si può tutto. Cento voci insieme, se parlano, fanno casino; se, invece, sono musica diventa suono, rumore armonico, emozione, sensazione.
La musica va oltre ogni parola, è la forma espressiva più alta che viviamo nella coscienza umana. È qualcosa che unisce, lo vedo ai miei concerti: persone di qualsiasi età o ceto sociale, e questa cosa è bella perché la musica è multigenerazionale, multietnica, multitutto».
«Non esiste una canzone a cui si è più legati, ma è il periodo a cui ti lega una canzone. Questo è un disco che puoi vederlo come un edificio unico o come una casa che si spoglia e accoglie varie realtà. Puoi sentire un pezzo al giorno, un pezzo continuamente per un mese e poi vai avanti. Lo puoi sentire tutto insieme. È un disco libero, di compagnia, di racconti: storie di uomini che vivono la stessa condizione, gli stessi sogni e le stesse speranze, ma la stessa aspirazione».
«È un disco nato durante la pandemia, da un rapporto straordinario che ho con i miei colleghi. Come ogni disco, va letto, ascoltato, ma soprattutto va re-immaginato.
Io credo molto nell’immaginazione produttiva: le persone attraverso l’ascolto di un testo di una canzone sviluppano un proprio pensiero dove si fanno i loro viaggi attraverso l’immaginazione che crea i sogni e le probabilità di speranza nella vita».
«Nel momento in cui usi le parole: gesto, musica e danza, di per sé è già un messaggio. “Messaggiamm’ ‘o ritm’ e abballamm ‘o messagg’”, “‘O ritmo nun ce sape, ma ‘o ritmo ce sana”, “Benvenuti sul treno dell’anima”: questi sono messaggi. Ce ne sono tanti, ma alla fine è unico».
«È stato bellissimo. Un “Settembre al Borgo” straordinario, rivoluzionario. Con i gruppi e con dei fuoriclasse della musica: questo credo che sia lo spirito di questo Festival.
La cinquantesima edizione non poteva non avere questo riconoscimento e non poteva che essere omaggiata dai migliori musicisti al mondo. Unico».
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