
Tutelare la dignità di ogni individuo è un dovere della nostra Repubblica. Negli ultimi vent’anni si è assistito ad un progressivo riconoscimento della autodeterminazione dei pazienti, ma oggi però un tema come il fine vita non è ancora tutelato in ogni sua fattispecie dalla legge. Ne abbiamo discusso con Gianluca Attademo, docente di Filosofia Morale presso il Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università degli Studi di Napoli Federico II e componente del Comitato Etico Territoriale Campania 1 quale esperto in Bioetica.
«Quando parliamo di fine vita, i casi sono diversi per ogni paziente, ma è emersa per tutti l’importanza della tutela integrata del diritto alla salute e del diritto all’autodeterminazione. Il suicidio medicalmente assistito e la sua regolamentazione permetterebbero alle persone di vivere con dignità le fasi terminali. Il paziente è accompagnato da una sofferenza estrema, da una condizione invalidante, da una dimensione nella quale non solo è malato, ma si sente sempre meno sé stesso ed è sempre meno capace di prendere decisioni significative, di testimoniare attraverso le proprie decisioni il proprio punto di vista sulla realtà, sul mondo, sul valore della vita umana», sono le prime parole del professore.
«Si può dire che in Italia tutto è cominciato dalla storia personale di Eluana Englaro, alla quale solo dopo ventisette anni, con la legge n. 219/2017, è stata riconosciuta la possibilità di rifiutare le cure ed i trattamenti. Il diritto alla tutela della salute e il diritto dell’autodeterminazione discendono dagli articoli 2, 13 e 32 della Costituzione Italiana, che nella loro complementarità devono essere rispettati e riconosciuti. Non riconoscere il suicidio medicalmente assistito e non regolamentarne ogni aspetto, ad esempio quelli concernenti le tempistiche, rappresenta una chiara violazione dello spazio personale e dell’integrità di un paziente».
«La sentenza della Corte Costituzionale ha determinato l’assoluzione di Marco Cappato, ma ha impegnato il nostro legislatore a riconoscere l’accesso alle procedure di suicidio medicalmente assistito per le persone che ne fanno richiesta. La Corte Costituzionale ha poi giustamente sottoposto la questione al Parlamento, che non si è dimostrato capace di rispondere. Le storie di pazienti che oggi seguiamo per la loro visibilità mediatica, anche grazie all’impegno costante dell’Associazione Luca Coscioni e altre, si dispiegano ancora una volta con il ricorso alla giurisprudenza ordinaria con procedure che richiedono, nel migliore degli scenari, tempi incerti, sicuramente incongrui con il tempo della vita di persone alla fine dell’esistenza».
«Le singole regioni stanno provando a muoversi, ma questa è una legge che può derivare solo da un’attività parlamentare nazionale. Certo bisogna considerare che ogni Servizio sanitario regionale si organizza con i suoi tempi. Ma lo scenario è desolante soprattutto per la lentezza e la discriminazione che si realizza tra i vari pazienti di ogni regione. La Corte Costituzionale si è espressa sul caso di Fabiano Antoniani, ma ogni paziente, nella questione del fine vita, ha le proprie esigenze e sono tutte diverse, come nel caso di Sibilla Barbieri. Lo stato ha il dovere non solo di promuovere la salute, ma anche di difendere l’autodeterminazione che caratterizza ogni paziente e di rimuovere ogni disuguaglianza».
«Tra gli strumenti di autodeterminazione della persona un’importante menzione da fare è quella delle cure palliative. Il suo trattamento consiste in un percorso di accompagnamento nelle fasi terminali della vita del paziente. Il Comitato Nazionale per la Bioetica, nominato dall’attuale governo, ha formulato un parere che mira a sollecitare la discussione pubblica su queste tematiche. La maggiore attenzione è andata proprio al tema delle cure palliative, che non solo ci aiuta a riconoscere la dignità di una persona, ma anche a prendere coscienza dei diversi casi che si possono manifestare con ogni paziente».
«Serve una consapevolezza generale su queste tematiche. Negli scenari intorno ai quali ci interroghiamo, dal rifiuto dei trattamenti alle cure palliative, o dal suicidio medicalmente assistito all’eutanasia, la salute emerge sempre di più come un luogo esemplare dove la Repubblica, attraverso la rimozione di ostacoli e diseguaglianze, può promuovere il pieno sviluppo della persona. La misura della dignità del morire passa per questa promozione di libertà ed eguaglianza sostanziale».
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