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INTERVISTA. Franco Arminio sulla poesia contemporanea: "La poesia è un sogno tagliato dalla ragione"

Luisa Del Prete
Luisa Del PreteRedazione Informare
18 agosto 20225 min di lettura

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INTERVISTA. Franco Arminio sulla poesia contemporanea: "La poesia è un sogno tagliato dalla ragione"

Quando si parla di poesia contemporanea, non si può non citare il nome di Franco Arminio. Definito come il miglior poeta che ha saputo raccontare il terremoto dell’Irpinia del 1980 e ciò che ha generato, Arminio conta dall’inizio della sua carriera una pubblicazione di 29 opere, oltre “Sacro minore” che uscirà nel marzo 2023 edita da Einaudi.

Poeta, scrittore e regista italiano, originario di Bisaccia (provincia di Avellino), autodefinitosi “paesologo”, ricordiamo tra i suoi scritti più famosi: “Studi sull’amore”, “Cedi la strada agli alberi”, “L’infinito senza farci caso”. La particolarità delle poesie di Arminio sta nella sua grande attenzione ai dettagli, ma soprattutto alle sfumature della natura circostante, dei paesaggi che interagiscono con l’essenza dell’essere umano, creando composizioni uniche nel loro genere. Ne abbiamo parlato con lui, ripercorrendo le origini della sua poesia.

Cosa significa per te la parola “paesologo”?

«Questa parola io l’ho pronunciata per la prima volta nel 2003 quando pubblicai “Viaggio nel cratere” ed era riferita alla circostanza in cui avevo fatto un giro nei paesi dell’Irpinia colpiti dal terremoto e che, quindi, sono uno che guarda i paesi, che gli dà attenzione.
Io non ho mai sentito l’esigenza di andare via e sono sempre stato legato ai paesaggi. Mi è sembrato importante restare lì anche per testimoniare quello che accadeva, soprattutto dopo il terremoto. A Bisaccia, ma anche negli altri paesi: questo processo di spopolamento, di cosa stanno diventando questi luoghi desolati ed io mi sono fatto cantore di questo mondo».

Quanto il terremoto ha influenzato la tua poesia?

«Mi ha segnato molto, non solo quel giorno, ma l’intero periodo che lo ha seguito. Ha radicato in me l’idea di raccontare quel luogo perché vedevo che avvenivano delle cose gravi, ma che non venivano raccontate bene da chi veniva da fuori. Avrei scritto comunque, anche senza il terremoto, ma quell’evento è come se mi avesse calato all’interno di questo destino».

In virtù del mondo contemporaneo, che ruolo ha oggi la poesia?

«A mio parere, nessuno sa cosa possa essere la poesia. Io scrivo perché ho la necessità di farlo. Sicuramente, però, la poesia ha a che fare con il corpo che si lascia attraversare da questa forza che scorre. La bravura dello scrittore non è “fare la lingua”, ma è far passare quest’ultima dentro di sé. In questo momento la poesia è molto importante, non in quanto tale, ma principalmente per le menti poetiche. È una mente antica, che precede quella razionale che attualmente è un po’ in difficoltà. La poesia è un sogno tagliato dalla ragione ed è una dimensione che sta tornando: un mondo in cui c’è solo ragione, diventa secco; invece, se c’è solo sogno, diventa incomprensibile».

A Capodimonte hai raccontato di vedere nella poesia un faro nei tuoi momenti più bui, un’ancora di salvezza. Qual è il rapporto che hai con essa?

«È il mio mondo ed il mio riparo: se ho un problema, provo a leggere poesie o a scriverne una. È qualcosa che mi serve a riparare. Sempre, durante il giorno, qualcosa si guasta. È come se la poesia fosse ago e filo per ricostruire la trama della giornata. È un ruolo quasi magico».

“Sacro Minore” è il tuo prossimo libro, in uscita a marzo 2023. La particolarità di quest’opera è che ognuna delle poesie inizia con la parola “sacro”: come mai quest’uso così ricorrente?

«Perché è ciò che sento, l’intensità nell’arco della giornata: non mi basta la logica dell’io, cerco di abitare l’anima e di dialogare con altre anime. Mi interrogo sull’infinito, sull’invisibile, su quello che va oltre il contingente.
È necessario farlo nella mia giornata e la rende più degna di essere vissuta. A me la dittatura dell’attualità, la semplice narrazione delle vicende della giornata non mi basta.
Per me sacro è intensità, è quei momenti della giornata ad esempio un bacio, una passeggiata, mentre guardi un albero: situazioni che ti fanno sentire di stare al mondo, ti danno un senso di euforia non banale, ma intima e silenziosa. L’attenzione alle cose del quotidiano a cui non si fa caso».

Qual è la visione che hai della poesia nel futuro? Soprattutto in relazione con l’essere umano…

«La poesia non ci salva. Ad alcune persone può far bene: se qualcuno ha un dolore, una ferita, legge una poesia e, magari, ci trova una risposta. Secondo me le persone del futuro useranno sempre di più la poesia. È giusto che i poeti prendano la parola e spero che un giorno diventi normale che un poeta riesca a vendere 30/40 mila copie.
Dunque, credo assolutamente che avrà un ruolo maggiore, anche perché la poesia non scade mai. Puoi leggere un poeta contemporaneo e, allo stesso tempo, Leopardi; mentre ad esempio, un calciatore, una volta finito, non gioca più, Leopardi scende in campo sempre. È un patrimonio perenne dell’umanità e questa è la bellezza della poesia, si rinnova continuamente. Io sono ottimista. Lavoro perché c’è bisogno che arrivi a tante persone.
Non dico che questo salverà il mondo, ma ci sarà qualcosa a cui ci si potrà affidare. Usando una parola non poetica, dico che la poesia è un buon “affare”: chi si occupa di poesia ha l’anima pulita, aperta al mondo, ventilata; un po’ come aprire la casa per non farla ammuffire, ma farle prendere aria».

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°232 – AGOSTO 2022

Tags
  • #Franco Arminio
  • #intervista
  • #poesia
Luisa Del Prete
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