
Autonomia differenziata e Castel Volturno: sono i due temi al centro dell’intervista a Gennaro Oliviero, presidente del Consiglio regionale della Campania, ospite nella nostra redazione. Il primo è diventato ormai argomento centrale e di punta della cronaca giornaliera dei giornali nazionali, sia prima dell’approvazione definitiva della legge, arrivata alla fine di giugno, sia dopo, quando le cinque regione italiane guidate dal centrosinistra hanno iniziato ad esprimere la volontà di puntare su un referendum per abrogarla; il secondo è importante in quanto riguarda da vicino il nostro magazine
«La Regione Campania ha votato una delibera per l’abrogazione totale della legge, in quanto essa interviene su alcune faccende che potrebbero dividere il nostro paese. Vi faccio un esempio: attualmente i contratti nazionali di lavoro che si stipulano a livello nazionale sono uguali in tutta Italia, ma quando si consente ad una regione di fare contratti integrativi nella sanità o nella pubblica istruzione, chi ha più soldi stipula contratti migliori. La Campania è ancora sottoposta al controllo del MEF e ciò significa che qui con l’autonomia differenziata non avremo più medici, perché questi cercheranno di sottoscrivere accordi meglio pagati. L’autonomia ci può anche stare, ma fissando dei paletti precisi, affinché non ci sia una divisione tra nord e sud del paese. Il rischio è che il Mezzogiorno diventi un vagone che si stacca dalla locomotiva Italia».
«Non è un problema di gettito fiscale. Basta che i trasferimenti avvengano pro capite: se una regione è abitata da due milioni di persone, allora riceverà servizi per quel numero. Un altro esempio: in Campania ci sono quasi sei milioni di abitanti, motivo per il quale il fondo nazionale per la sanità dovrebbe coprire tutta questa gente. Attualmente, invece, il fondo è diviso in modo diverso. Dal 1983 si stabilì che il trasferimento legato al Servizio sanitario nazionale non fosse solo pro capite, ma dipendesse anche dalla vecchiaia della popolazione. Con il sistema del pro capite, i soldi sarebbero distribuiti in base al numero della popolazione».
«Se non c’è un riequilibrio sui trasferimenti dei servizi, le attuali condizioni peggioreranno. La legge sull’autonomia passata in Parlamento, così com’è scritta, presenta notevoli profili di incostituzionalità, perché quando si stabilisce che un territorio è in grado di offrire più degli altri significa che sta per formarsi un’Italia a 21 stati. Inoltre, la misura contraddice l’altra riforma cara al centrodestra, quella del premierato: da una parte c’è un’autonomia spinta per ogni singola regione, dall’altra il centralismo del potere. È un paradosso totale. L’alleanza di governo tiene dentro tutto e il contrario di tutto».
«La Costituzione consente a cinque consigli regionali di indire un referendum, in sostituzione delle 500mila firme dei cittadini per quello popolare. Al momento gli atti politici effettuati in questa direzione sono quelli di Campania ed Emilia-Romagna. All’appello mancano Puglia, Toscana e Sardegna. Quando ci saranno anche loro, potremo consegnare la richiesta in Cassazione. L’iniziativa referendaria mira a difendere l’unità nazionale e a garantire pari diritti e pari dignità ai cittadini. Poi è chiaro che la legge possa essere anche modificata: bisogna vietare i contratti integrativi e istituire un fondo di solidarietà nazionale, oppure approvare un’autonomia differenziata solo per alcuni servizi. La sanità, per esempio, è già stata trasferita in buona parte alle regioni, e per i trasporti si potrebbe fare la stessa cosa».
«Il problema sono le risorse. Non possiamo parlare di Lep e poi non ci sono soldi per finanziarli. Concentriamoci piuttosto su alcuni servizi che possiamo realmente trasferire come la sanità, utilizzando però il sistema pro capite. Anche per la scuola potrebbe essere questa la strada. L’edilizia scolastica è rovinata in tutto il paese, dalle nostre parti un po’ peggio. Se poi si dà la possibilità di fare contratti integrativi, con un professore di Bologna che guadagna mille euro in più rispetto ad uno di Napoli, allora è la fine per la scuola. Avremmo un passaggio della qualità altrove».
«C’è stata sicuramente un’apertura per chiudere l’accordo sugli FSC. Spero che si concluda presto questa querelle che non fa bene all’Italia. Bagnoli è un sito di interesse nazionale, quindi deve essere finanziato dallo Stato. Anche Castel Volturno, così come Casal di Principe, con riferimento all’area delle discariche, prima erano SIN, mentre ora sono diventate regionali. Lo Stato, in questo caso, si è spogliato dei suoi doveri».
«Per Castel Volturno ho fatto una legge che comprendeva formazione, scuola e servizi pubblici, con 3 milioni di euro per tre anni. Bisogna dire una cosa: sulla carta questa città conta 24-25mila abitanti, ma nei fatti ne ha molti di più. La verità è che c’è un problema di gestione corrente della comunità. I servizi devono essere finanziati con la spesa corrente, non con gli investimenti. Il non sapere quante persone irregolari ci sono, cosa fanno e dove vivono rende le cose complicate. C’era bisogno di sostegno e la legge in questione lo ha fatto sui servizi pubblici».
«L’immigrazione, secondo l’articolo 117 della Costituzione, è competenza esclusiva dello Stato. Il censimento di queste persone e delle loro attività è oggetto di intervento nazionale. Come regione, noi possiamo aiutare ad offrire e dare servizi, ma non a studiare una strategia di soluzione al problema. Possiamo contribuire con l’approvazione di leggi come quella di cui parlavo prima, ma c’è necessita di molto altro per risolvere questa urgenza».
«I danni sono stati fatti prima di noi. Da ex presidente della Commissione ambiente in Campania so come stanno le cose. Innanzitutto, qui non c’era una legge che disciplinava il regime delle acque. Ci siamo adeguati soltanto nel 2015, istituendo l’Ente Idrico Campano che fa proprio questo, abbiamo fatto gare nuove sugli appalti e sui depuratori, i quali adesso iniziano a funzionare. Il mare è migliorato, ma chiaramente c’è ancora parecchia strada da fare. Oggi c’è una strategia, in passato no».
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