
“Il sole è nato a Napoli, è nostra proprietà. Ma nun asciutta ‘e lacreme da ll’uocchie e ‘sta città” cantava Sergio Bruni. E c’era il sole a Napoli – dopo giorni di pioggia – quando io e il mio vicedirettore Donato Di Stasio ci siamo incontrati sotto la statua di Dante per andare ad intervistare Gianni Fiorito a casa sua. Una mattina per parlare con il fotografo di scena di riferimento per il cinema di Paolo Sorrentino. Gianni Fiorito è nato a Napoli, dove vive e lavora. Dal 1997 collabora a indagini e studi dell’Università di Napoli Federico II; insegna “Fotografia di spettacolo” presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli. Ci accoglie a casa sua, nel suo salone illuminato dal sole che proviene da una porta finestra. Quando usciamo sulla terrazza si vedono la collina vomerese, un presepe, con Castel Sant’Elmo che ci guarda da lassù. Gianni Fiorito è l’artista a cui abbiamo voluto dedicare la copertina dell’ultimo numero di quest’anno. La sua fotografia, prima delle avventure cinematografiche, nasce dal sociale, dalla politica, dai reportage.
Da studente partecipò alla vita sociale e politica di Napoli. È uno studente modello della facoltà di Economia e commercio, «ma una via già tracciata è una vita già vissuta. Non vale la pena viverla» ci dice Gianni, motivo per il quale decide di abbandonare gli studi. Così si precipitò in strada a fotografare. Il suo primo approccio fu in una scuola di fotografia all’interno del collettivo “Il Calderone”, e da lì a poco entra a far parte dell’agenzia fotografica giornalistica “Alfa Press” del fotografo Ciccio Iovane. L’inizio della carriera di Gianni Fiorito come fotoreporter freelance per periodici nazionali è segnato dal terremoto del 1980. Da quel giorno Gianni capisce che quella è la sua strada: «La mattina del 24 novembre alle sei mi trovai subito in via Stadera, dove crollò l’unico palazzo a Napoli. Immediatamente dopo mi recai in auto a Lioni, dove giunsi prima dei soccorsi che tardarono ad arrivare». Questo esempio evidenzia un passaggio dal mondo universitario a quello del lavoro estremamente veloce, cosa impossibile ai giorni nostri. Tant’è che nel 1981 ci sono i primi contatti con il Corriere della Sera per provare a vendere fotografie dei suoi servizi. Era un mondo diverso da quello odierno, dove i contatti e le opportunità erano la conseguenza della determinazione e della passione per il proprio mestiere. Dall’intensa attività sociale e politica, dove la sua fotografia racconterà storie reali, malavita organizzata, cura del territorio e manifestazioni, Gianni incontra il cinema. Passaggio non casuale.
«Negli anni ’80 mi occupavo di camorra, di questioni politiche e sociali. Ma fu anche il periodo in cui la giunta comunale del Sindaco Valenzi decise di aprire una serie di spazi chiusi alla cittadinanza napoletana, come ad esempio Castel Sant’Elmo, Villa Pignatelli, Maschio Angioino e Castel Dell’Ovo. Dentro questi luoghi nacquero festival, concerti, eventi e laboratori dove noi ragazzi abbiamo avuto la possibilità di incontrare e scoprire cose prima mai conosciute o immaginate. Un’apertura fisica e mentale. Quella generazione deve tutto a quel periodo. Napoli a quel punto si aprì al mondo» racconta Gianni. L’occhio fotografico di Fiorito si allena e accumula esperienze. Arriviamo alla fine degli anni Novanta. La realtà editoriale di quegli anni cambiò radicalmente: sui giornali la vita reale stava scomparendo. Sono gli anni del berlusconismo. Fiorito lavorava sì con i quotidiani, ma anche con i settimanali come “Oggi” o “Chi”, dove il fotografo pubblicava regolarmente dei servizi riguardanti blitz della camorra o inchieste su Cutolo. Poco importava se fossero giornali pop che trovavi dal parrucchiere: dopo la copertina dedicata alla star del momento, le prime pagine erano destinate ai fatti di cronaca e di attualità. Con l’ascesa dell’uomo Mediaset, tutta la realtà veniva sostituita con il gossip incentrato sui personaggi della televisione. Finzione. «Fu allora che mi chiesi cosa potessi fare. Ecco allora che tornarono utili quegli anni di apertura culturale a Napoli. C’era il mondo del cinema che mi appassionava e che poteva essere un modo per esprimermi liberamente. Alla fine degli anni Novanta venne Gabriele Salvatores a girare un film, “Denti”. Mi informai su dove fosse allestito il set e cominciai a scorgere come lavorano i fotografi sul posto».
L’occasione arrivò nel ’99, quando a Napoli si girava “Appassionate” di Tonino De Bernardi, un regista che proveniva guarda caso dal documentario, dunque dalla realtà, dal vero. Un cast tutto al femminile composto da Anna Bonaiuto, Ines de Medeiros, Iaia Forte e Galatea Ranzi. «Riuscì a consegnare un mio book fotografico di ritratti femminili napoletani. E il regista allora mi diede fiducia. Tutto si lega, come potete capire da questa storia. Il primo sbocco del lavoro del fotografo di scena e delle sue fotografie è quello di andare a rappresentare il film sulla stampa. Le mie fotografie per il film di De Bernardi, in concorso a Venezia, uscirono dappertutto per la capacità di far bloccare il lettore mentre scorreva una rivista oppure quando camminava per strada. Erano foto provenienti da un occhio che aveva lavorato con la stampa come reporter. Si chiuse una porta e si aprì un portone: nei successivi anni la casa di produzione di quel film mi diede fiducia per altri lavori. Un mondo nuovo che mi ha consentito di lavorare sui set». La sua vita da fotoreporter si chiuse dopo l’esperienza del G8 di Genova nel 2001, «esperienza traumatica», per portare definitivamente Fiorito nel mondo cinematografico. Come lavora allora un fotografo di scena sul set? «Devi essere un fantasma, devi avere una capacità di muoverti con delicatezza perché più sei vicino e più puoi scattare delle fotografie interessanti. Devi essere una cosa unica nell’ecosistema delle cose. E poi devi saperti rapportare con tutta la troupe. Come fotoreporter sei solo, ma sul set hai a che fare con più di cento persone. Con gli attori serve stabilire un rapporto per far emergere il loro lavoro e viceversa. Con i grandi attori tutto questo è facile, ma con altri è più difficile. Soprattutto con quelli che provengono dalla televisione. Ma non è tempo di fare polemiche… (ridiamo, ndr)».
Gianni, gli anni dei servizi sulla camorra ti hanno forgiato ed aiutato per il tuo mestiere. Partiamo dalla tua fotografia che andrà in copertina per il numero di Informare di dicembre. Due ragazzini con due pistole ad acqua. Cosa rappresentano?
«In un mondo ideale dovrebbe essere la realtà: due ragazzini che giocano con dei giocattoli. Se la leggiamo alla stregua della realtà odierna, ci sembra una fotografia irreale. Questa è la tragedia. Quella foto venne fatta alle vele di Scampia. Per me la fotografia deve sempre venire associata al luogo dove viene realizzata. Questa fotografia diventa anche una maniera ironica di giocare sui media che dipingono Scampia sempre come un luogo di criminalità, strumentalizzando il tutto per fini di audience. Ma in realtà è un luogo dove vivono anche persone di tutti i giorni, o ad esempio bambini che hanno il diritto di giocare».
Cosa hanno perduto questi ragazzini alla luce degli ultimi eventi di violenza giovanile a Napoli?
«I riferimenti. C’è un fallimento della scuola, della famiglia e della politica. Apro una parentesi: il ruolo dell’insegnante a scuola è stato piano piano depotenziato ed umiliato, a partire dal compenso. I genitori poi, spesso, sono i primi a non dare un indirizzo a questi bambini che poi finiscono ad educarsi da soli, sui social o per strada. Quando c’è un vuoto, ci sarà la società non civile a prendere quel posto. In questo caso, la camorra».
Gianni, come ha notato, abbiamo parlato di tutto tranne che del film “Partenope”…
«E ho molto apprezzato, ragazzi! (ride, ndr)».
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