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INTERVISTA. Giovanni Mancinone e “Mostri”: quando non c'è più l'amore

Fernanda Esposito
Fernanda EspositoRedazione Informare
2 novembre 20249 min di lettura

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INTERVISTA. Giovanni Mancinone e “Mostri”: quando non c'è più l'amore

Indice (8)

  • 1L’intervista a Giovanni Mancinone
  • 2Quando nasce l’idea di scrivere questo libro e perché?
  • 3Le storie raccontate sono frutto di una ricerca dettata dall’efferatezza dei femminicidi o perché più rappresentativi di un territorio come il Molise che nessuno immaginava così violento?
  • 4Perché parte da un fatto accaduto ad Agnone 40 anni fa?
  • 5Dunque, non è cambiato nulla rispetto ad ieri? Nonostante gli interventi legislativi importanti come l’introduzione del codice rosso rafforzato?
  • 6Ma chi sono veramente questi Mostri?
  • 7Quali sono gli errori più comuni che tutti tendono a fare, comprese le Istituzioni, sottovalutando i segnali di sopraffazione in una relazione?
  • 8Da giornalista impegnato nel sociale qual è il messaggio più importante che vuole trasmettere con questo libro?

Dopo “Molise Criminale”, Giovanni Mancinone, giornalista molisano, firma Mostri (Rubettino editore), un libro che tutti dovrebbero leggere soprattutto nelle scuole. Dieci capitoli, undici vittime. Le cronache raccontate in questo libro hanno in comune territori dove apparentemente il vivere è quieto e tutto è vicino. E vicini, troppo vicini sono gli assassini: tutti maschi. Mancinone con il suo stile asciutto, descrive bene tutte le sfumature della violenza sessista ed esorta ad andare oltre la superficie se si vuole comprendere la radice di un problema che è culturale.

L’intervista a Giovanni Mancinone

Ad oggi i casi di violenza nel 2024 in Italia sono 93 (Dati dell’osservatorio nazionale sulla violenza di genere): 77 femminicidi, 3 suicidi di donne, 1 suicidio di un uomo trans, 1 suicidio di un uomo, e 10 casi in fase di accertamento – tutte morti indotte da violenza di genere e etero-cis-patriarcale. Inoltre, ci sono almeno altri 40 tentati femminicidi riportati nelle cronache locali. Violenza sistemica esercitata sulla vita delle donne e di tutte le libere soggettività che si sottraggono alle norme di genere imposte. Questo libro ne rappresenta una forte testimonianza e ringraziamo l’autore per la sua attenta ed esperta analisi.

Quando nasce l’idea di scrivere questo libro e perché?

«È Natale del 2022. Il telegiornale di punta del servizio pubblico, quello delle 13,30 su Rai1, documenta la messa del Papa che invita a guardare la mangiatoia dove nasce Gesù, per far rinascere la fiducia nella sua vicinanza, la carità verso gli ultimi e la speranza in chi l’ha smarrita facendo qualcosa di buono. E subito dopo, tra i titoli, l’ennesimo femminicidio. Un marito che ammazza la moglie. È emergenza in tutto il Paese sintetizza la conduttrice. No, quella sintesi era sbagliata. La violenza sulle donne è fenomeno sistemico che viene da lontano se si pensa che il delitto d’onore e il matrimonio riparatore, lascito del Codice Rocco, di epoca fascista, ispirato alla visione della donna come oggetto da possedere e sottomettere, nel nostro Paese, è stato abolito solo 43 anni fa.»

Le storie raccontate sono frutto di una ricerca dettata dall’efferatezza dei femminicidi o perché più rappresentativi di un territorio come il Molise che nessuno immaginava così violento?

«La terra molisana è simile a tutte le altre. Ci sono cose belle ma anche brutte. Come per la criminalità organizzata anche per la violenza di genere non ci sono zone franche. Raccontare la realtà senza chiudere gli occhi ci aiuta a capire e a dare risposte adeguate. Noi, anche sulla violenza di genere, abbiamo comportamenti sbagliati. Tendiamo a nascondere il fenomeno come si fa per i malati di mente o per i tossicodipendenti. Le cronache raccontate in “Mostri” hanno in comune dove apparentemente il vivere è silenzioso e tutto è vicino a noi. E vicini sono anche gli assassini. Omicidi che forse si potevano evitare. Bastava dire, non nascondere, non aspettare. No. Non è un territorio violento, il Molise. È un territorio simile a tutti gli altri perché, per la violenza, non ci sono differenze tra nord e sud, tra campagna e città, tra poveri e ricchi. E i fatti ci dicono, come fa un’agenzia indipendente come l’ASVIS che l’Italia nel 2023, per quel che concerne la violenza di genere, è passata dalla 63esima alla 79esima posizione su 143 Paesi presi in esame e che in Europa siamo al 30esimo posto sui 36 Paesi presi a riferimento.»

Perché parte da un fatto accaduto ad Agnone 40 anni fa?

«”Mostri” mette insieme dieci storie con 11 vittime. Nella stragrande maggioranza sono donne che pagano con la vita il loro desiderio di libertà. Ma c’è anche un omminicidio. C’è una undicesima storia, quella di una giovane donna di Agnone, Giovanna Peluso, che io racconto perché emblematica di una vicenda giudiziaria. Era il 13 novembre del 1983 quando la donna si reca nella vigna della suocera e li trova un cacciatore suo concittadino che cerca di possederla. Lei cerca di liberarsi di questa presenza invitando l’uomo ad andar via. Lui, dopo una serie di tentativi violenti, spara un colpo di fucile in aria con lo scopo di intimidire la donna che reagisce colpendo l’uomo alla testa con il dorso della zappa. Il cacciatore cade a terra. Lei va in caserma e racconta l’episodio. Quando i carabinieri raggiungono la vigna possono constatare che il cuore dell’uomo ha cessato di battere. Gli investigatori ipotizzano assurdamente che si è trattato di omicidio volontario. La procura aggiusta l’ipotesi di reato in eccesso di legittima difesa. Per la donna arriva la detenzione.

Dopo un anno per Giovanna arriva la sentenza. I giudici accolgono la tesi della difesa: è stata legittima difesa. Ma la Procura ricorre in appello e la giovane donna viene condannata a 1 anno e 4 mesi di reclusione, pena confermata nel terzo grado di giudizio. In aula ci sono tante donne. A loro si rivolge l’avvocata Tina Lagostena Bassi che dice: “Guardiamoci intorno. Qui ci sono gli avvocati della difesa, i magistrati e tante donne. Ma non ci sono le ragazze, i ragazzi, gli uomini. E noi, fino a quando non riusciremo a far ragionare tutti questi soggetti sul bisogno di condividere l’impegno per combattere la violenza di genere continueremo a perdere le nostre battaglie”. Bene, sono passati 40 anni da quel fatto. Ci sono state una serie di processi di emancipazione e molte donne sono state chiamate a ruoli apicali. Come non ricordare la prima donna ministra (Tina Anselmi), l’elezione di Nilde Iotti a Presidente della Camera dei Deputati o l’elezione di Giorgia Meloni a capo del Governo del nostro Paese ma ancora oggi, nonostante queste conquiste e una legislazione più attenta, le donne pagano con la vita la loro indipendenza.»

Dunque, non è cambiato nulla rispetto ad ieri? Nonostante gli interventi legislativi importanti come l’introduzione del codice rosso rafforzato?

«Dire che non è cambiato nulla è sbagliato; è più corretto affermare che molto si deve ancora fare. E oltre alle norme che si sono promulgate occorre un lavoro educativo, affettivo, che faccia prevalere la cultura del rispetto. L’origine della violenza sulle donne, degli stupri e dei femminicidi va ricercata anche nella dimensione strutturale e simbolica dello squilibrio di potere tra uomini e donne che si nutre di stereotipi e di un linguaggio fondato al maschile. Occorre andare oltre i luoghi comuni. Ci sono frasi che feriscono. Quante volte abbiamo sentito frasi del tipo “Donne al volante pericolo costante” o “Ha il ciclo ecco perché è nervosa”, o ancora “Auguri e figli maschi”. Oppure, nei servizi televisivi, nelle aule di giustizia o sui giornali termini fuorvianti come “amore, gelosia, passione, raptus di follia” per cercare di attenuare la posizione di chi si è macchiato di un reato. E ancora “poveretto aveva perso il lavoro, si sentiva tradito, c’erano difficoltà economiche”. Sono frasi che sembrano suggerire delle attenuanti ma l’omicidio di una donna non può trovare una attenuazione della colpa. Dunque vanno bene le norme ma occorrono anche maggiori investimenti.

Lo scorso anno, il 25 novembre del 2023, in occasione della giornata contro la violenza sulle donne, il Parlamento italiano ha votato un provvedimento che nelle intenzioni dei proponenti conteneva elementi rafforzativi del codice rosso del 2019 ma poi, nel dispositivo si aggiungeva, “Questo provvedimento viene promulgato senza nessun aggravio di spese per le casse dello Stato”. Ora è chiaro che senza investimenti difficilmente una norma può dare i suoi frutti. Da più parti si sollecita l’inserimento dello psicologo come figura professionale importante nelle scuole ma le risposte non arrivano. Pensate a tutto il fenomeno del bullismo. Intuire prima, non sottovalutare, riconosce in anticipo gli indizi, ridurrebbe sicuramente il rischio per tante ragazze e ragazzi.»

Ma chi sono veramente questi Mostri?

«Chi sono i mostri? No, “mostri” si usa nel linguaggio giornalistico. Il Mostro del Circeo (Angelo Izzo) o il mostro di Firenze. E io stesso uso il termine “mostri” impropriamente con lo scopo di richiamare l’attenzione del lettore sul tema della violenza che è una mostruosità. Ma possiamo dire che sono dei mostri tutte quelle persone, soprattutto maschi, che non si rassegnano alla fine di una relazione, che intendono sottomettere la loro compagna, che utilizzano la loro forza economica per mantenere in piedi una relazione finita. Quelli che controllano i telefonini delle mogli o delle compagne e condizionano quotidianamente la vita della persona che si ha accanto. La violenza ha molti volti. Può essere fisica, psicologica, sessuale, fino ad arrivare al femminicidio. Ma a volte la violenza, specie quella psicologica, è difficile riconoscerla. È un po’ il principio metaforico della rana bollita del filosofo Noam Chomsky che racconta di questo anfibio che quando si accorge che è in pericolo per via dell’acqua che è diventata bollente è stremata e muore. E anche le persone, si accorgono che il rapporto è diventato tossico quando è troppo tardi.»

Quali sono gli errori più comuni che tutti tendono a fare, comprese le Istituzioni, sottovalutando i segnali di sopraffazione in una relazione?

«Non è semplice rispondere a questa domanda. Io sono un giornalista, un autore che osserva e racconta. Molto di più possono dire i professionisti che operano all’interno dei centri antiviolenza presenti in tutte le città italiane. Per ciò che posso dire con certezza, perché me lo hanno raccontato alcune vittime di violenza, c’è il tema del controllo con le telefonate, i messaggi continui, le richieste di foto come dimostrazione che si è nel posto indicato, la gestione del denaro. Quello dell’isolamento dove la donna viene piano piano allontanata dal proprio contesto di amicizie e dai famigliari. Le minacce, la paura, la prevaricazione. Quando si hanno queste percezioni bisogna farsi aiutare. C’è in numero di telefono attivo 24 ore su 24 a disposizione; è gratuito e tutti possono chiamare.»

Da giornalista impegnato nel sociale qual è il messaggio più importante che vuole trasmettere con questo libro?

«Qui voglio essere breve nella risposta per farmi meglio comprendere. Al primo sentore di pericolo, al primo schiaffo, al primo avvertimento, bisogna scappare e denunciare. Evitare sempre l’ultimo appuntamento che può diventare mortale. Certo, denunciare non è facile. La donna ha il timore di non essere creduta. Ha paura che qualcuno gli possa togliere i figli. C’è il tema economico che pure influisce. E anche lo stillicidio dei processi che spesso diventano una seconda violenza. Ma ci sono strutture (anche se ancora troppo poche) come i centri antiviolenza e le case protette che sono esistono e hanno al loro interno professionisti qualificati. E le stesse forze dell’ordine oggi sono più preparate e rispettose della volontà della persona che invoca aiuto.»

Tags
  • #Femminicidio
  • #giovanni mancinone
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  • #mostri
  • #violenza di genere
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