
In piena pandemia, un giornalista non convinto delle verità circolanti sulla gestione covid ha deciso di scavare a fondo per ricercare le responsabilità governative passate sulla gestione di eventuali pandemie. Lui è Giulio Valesini e da anni si occupa di inchiesta, dagli antibiotici agli scandali dell’OMS sul Covid: le sue indagini hanno fatto scalpore conquistano la scena internazionale. Giulio è il perfetto esempio di un giornalismo d’inchiesta che fa della libertà e dell’approfondimento i suoi mantra. In Rai dal 2000, dopo una lunga esperienza alla radio è approdato in televisione come inviato di Ballarò, su Rai3, dal 2005 fino al 2014, quando è entrato nella squadra di Report. Grazie alla collaborazione con l’Icij, il consorzio internazionale di giornalisti investigativi, ha realizzato l’inchiesta sui Paradise Papers e, nel 2018, l’indagine “Implant files” sui dispositivi medici.
La sua ultima pubblicazione è “La grande inchiesta di Report sugli antibiotici”, scritta a quattro mani con Cataldo Ciccolella, riguarda la tendenza degli antibiotici a perdere efficacia a causa del rafforzamento dei batteri dovuto ai nostri stili di vita. Con lui abbiamo fatto il punto sul suo lavoro e le difficoltà che ogni giorno si trova ad affrontare per realizzare un servizio giornalistico degno di questo nome.
Quale è stata l’inchiesta giornalistica che hai condotto e che più ti ha appassionato?
«Sicuramente l’inchiesta sul Covid e la pandemia. È stato un periodo tragico per il nostro Paese, dentro c’era una componente emotiva molto importante. La redazione di Report si è trovata per la prima volta nella sua storia a fare un’inchiesta sull’attualità. Chi fa giornalismo investigativo,ha a che fare con le tempistiche. Queste sono fondamentali per poter lavorare, scavare in fondo e illuminare gli angoli bui che di solito rimangono nell’ombra. Ci siamo trovati di fronte ad un bivio e abbiamo scelto di provarci e iniziare a raccontare il Covid come nessuno lo aveva fatto. Abbiamo provato a capire se il nostro Paese sarebbe stato in grado di affrontare una pandemia del genere, se le autorità politiche avrebbero svolto il proprio dovere. Ricordo l’inchiesta sull’OMS: è stato uno scandalo che ha fatto il giro del mondo. Lavorativamente ci siamo mossi tra le zone rosse, mentre a Codogno la gente moriva. C’era paura personale poiché non si capivano le conseguenze in un primo momento. Abbiamo vinto quella scommessa. Report ha cambiato pelle per quell’evento ed è stata una scelta vincente».
Nell’ambito dei servizi d’inchiesta hai trovato ostacoli nel tuo esercizio del diritto di cronaca?
«Quasi sempre succede. Faccio riferimento all’inchiesta andata in onda il 10 aprile sempre nell’ambito Covid. Facemmo richiesta di intervista ad una ventina di personaggi tra politici, assessori, ex assessori, ex ministri e governatori regionali. Nessuno ha voluto rilasciare interviste. Siamo stati costretti ad inseguire questi personaggi per strada, in maniera anche poco ortodossa. L’interesse pubblico dovrebbe essere un punto cardine ed un giornalista che pone domande non può essere considerato un problema da evitare. Alle domande bisognerebbe rispondere soprattutto su temi di interesse pubblico. Ostacoli del genere rendono questo lavoro complicato e antipatico. In tanti casi arrivano diffide preventive dagli avvocati degli interessati. Il rifiuto di parlare con un giornalista, se non hai nulla da nascondere, non lo capisco. C’è stato un tentativo velato di intimorirci mandando diffide su diffide».
Quali sono le principali tutele che mancano nell’ordinamento italiano a difesa del giornalista?
«Manca una tutela per difendersi dalle querele temerarie: il nostro Paese non garantisce una legge che metta fine a questa pratica. La querela temeraria è solo un modo per imbavagliare un giornalista. Basterebbe che si stabilisse una cifra di compensazione nel caso in cui il giudice dovesse assolvere o archiviare la posizione del giornalista. La querela e la richiesta di risarcimento danni è l’elemento che milita la scelta del giornalista e dell’editore degli argomenti da trattare. È chiaro che in base alle cifre impossibili richieste come risarcimento e a tutti i costi conseguenti, una redazione più piccola ha chiare difficoltà a lavorare dal punto di vista economico. Il politico parla di libertà di stampa, ma nei fatti non la vuole. Poi c’è il discorso dei freelance: giornalisti sottopagati che non hanno tutele difronte a conseguenze civili e penali. Sono lavoratori coraggiosi che rischiano di fare il loro lavoro in condizioni limitanti. Un discorso uguale lo farei per gli editori puri: noi abbiamo una stampa in Italia dove esistono editori che hanno interessi economici in campi diversi come la finanza, l’edilizia, vicini ad ambienti politici. Ci vorrebbe una riforma dell’informazione che si occupasse di questi temi. La stampa in Italia zoppica anche perché ci sono ostacoli che nessuno sembra voler rimuovere».
Che impressione hanno i colleghi europei dello stato di salute del diritto di cronaca in Italia?
«L’esperienza dell’inchiesta sui Panama papers mi ha dato l’opportunità di questo confronto. Quando chiedono del conflitto di interesse di Silvio Berlusconi, ad esempio, ti guardano come un marziano. Poi spiegavi di come Report fosse un faro davvero libero in questo campo e riuscivi a “ripulire” l’immagine del nostro Paese in tema di informazione. Ma in sostanza la reputazione della nostra informazione è compromessa. All’estero c’è molto meno uso dell’azione legale preventiva nei confronti dei giornalisti. In Italia c’è un rapporto poco sano tra giornalisti d’inchiesta e persone su cui stai costruendo la tua inchiesta».
Cosa consiglieresti alla nostra giovane redazione che fa anche inchiesta?
«Di continuare a crederci. Non è facile, ma bisogna lavorare a testa bassa. Magazine Informare è un presidio sul vostro territorio: siete sentinelle della legalità. E siete anche molto più coraggiosi rispetto ad un giornalista con le spalle coperte da un grande editore. La scuola migliore la state già facendo per strada; il giornalista, come tutti i mestieri, si impara facendolo. Bisogna provare a proporsi con progetti e idee originali. Non dovete perdere la spontaneità, evitando di omologarvi. Conservare quel fuoco dentro, l’onestà intellettuale, la freschezza, così come la passione. Sviluppare un linguaggio innovativo per questi tempi. Questo vi farà vincere».
A Palazzo Santa Lucia è stata presentata la 64esima edizione del Giro di Campania, alla presenza dell’Assessora allo Sport...
La Costiera Amalfitana brucia ormai da giorni. Tra la devastazione e le fiamme alimentate dai forti venti, si lavora incessan...
Il 16 settembre 2026 sono stati ultimati i lavori riguardo il restauro dell’edicola votiva di San Gennaro, situata in piazz...
Come ogni mese torna la nostra rubrica culturale “Leggere che passione”, ecco i due libri consigliati ai nostri lettori. ...